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Carinaro – 9 anni fa, il 19 luglio del 1992, si consumava la strage di via D’Amelio, in cui perse la vita il magistrato Paolo Borsellino. A ricordare l’accaduto ed affrontare i punti ancora non chiari della vicenda, è il docente di Scienze Umane e filosofo, Marco Francesco Eramo. A seguire il testo integrale. 

“Sai Diego, quando subisci la perdita di un parente caro, tu vai al suo funerale e piangi non solo perché ti è morto il parente o l’amico, ma perché sai che la tua fine è vicina”. Queste sono le parole che il magistrato Paolo Borsellino ha riferito a Diego Cavaliero, un suo giovane collaboratore e primo sostituto procuratore a Marsala, prima di morire. Non un presagio astratto, ma una certezza. 

Da li a poco infatti il magistrato è stato vittima dell’efferato attentato che lo ha portato alla morte. Borsellino oggi avrebbe 81 anni. È stato ammazzato insieme agli agenti della sua scorta il 19 luglio del 1992 mentre andava a trovare sua madre in via d’Amelio.

Il magistrato era consapevole che, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, ormai rimasto solo nel mirino della mafia, era arrivata anche la sua ora. Troppi nemici lo attorniavano sia fuori che dentro la Magistratura. “La mia morte – disse – non sarà una vendetta della mafia. La mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Paolo Borsellino è stato un giudice che ha sempre creduto nel valore della giustizia e nell’importanza dell’azione legale. Nel rispetto per l’uomo, proprio perché non ci fossero sbagli giudiziari, durante le sue indagini investigative ha sempre cercato prove di ferro per mandare in carcere un accusato, altrimenti sarebbe meglio, come ha sempre dichiarato , “tenere un criminale fuori che un innocente dentro”.

Ma non è solo questo che fa del magistrato una persona onesta e saggia. Un altro tratto caratteristico della personalità di Borsellino, oltre al coraggio di aver affrontato a testa alta i cosiddetti “corvi” che si celavano dietro le mura del palazzo di giustizia, è il rapporto intenso ed educativo con gli studenti che cercava di incontrare quante più volte possibile. Proprio il 19 luglio del 1992 alle 5 del mattino, esattamente dodici ore prima del suo assassinio stava scrivendo la risposta ad una lettera (rimasta incompleta) di alcuni giovani di Verona e che, indubitabilmente, testimonia la sua piena e totale partecipazione alla formazione delle coscienze civiche delle nuove generazioni.

A dimostrazione di ció c’è anche la “Lezione sulla mafia” che il giudice tenne ad una platea di giovani nel 1989 a Bassano del Grappa, di cui ne riporto, data l’occasione, un tratto: “L equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico è vicino al mafioso o che quel politico è stato accusato di avere certi interessi. Però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. No! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziario, o dire che ci sono sospetti, magari anche gravi, ma non ha la certezza giuridica, giudiziaria che consente di dire che quell’uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi fatti del genere, altri organi, altri governi cioè le organizzazioni disciplinari di varie amministrazioni, i consigli comunali o qualunque siano, devono, dopo le dovute conseguenze di certe vicinanze tra politici e mafiosi, seppur non costituiscono reato ma rendono il  politico inaffidabile, nella gestione della cosa pubblica, fare pulizia al loro interno”.

Quella di Paolo Borsellino a tutt’oggi purtroppo è una vicenda imperscrutabile, avvolta nel mistero, ancora piena di intrighi e di tanti loschi tentativi di depistaggio. Molti sospetti ancora rimangono irrisolti, come quello del cardiologo della mamma a cui proprio quel giorno, il 19 luglio, si ruppe la macchina, e la obbligò a farsi accompagnare presso lo studio, oppure quello dell’agente di scorta Benedetto Marsala che sarebbe stato di turno senza la licenza matrimoniale. Ancora, quello della vicina di casa a letto da diversi mesi per una gravidanza a rischio e che proprio in quel giorno esce con la scusante di prendere un po di aria fresca e sole.

Spaccati di vita, indagini giudiziarie e nodi irrisolti, come quello più conosciuto riguardante la scomparsa, subito dopo l’attentato, dell’agenda rossa, che il magistrato portava sempre con sé e nella quale appuntava tutti i suoi movimenti personali e professionali (Qualcuno dice che nell’agenda erano riportate anche le indagini che lo stesso Borsellino stava conducendo sulla strage di Capaci).

Fatto sta che chiunque abbia quella agenda è in possesso di un’arma giudiziaria che può mettere in piena luce i rapporti che ci sono stati, che ci sono, tra lo Stato e la Mafia.

Paolo Borsellino, a 29 anni dalla sua morte, lo ricordiamo come l’uomo, l’eroe, l’amico di tutti, soprattutto dei giovani, che ha saputo affrontare le dure prove che la vita costantemente gli ha posto davanti, avendo la capacità di affrontarle con decisione e facendo leva sulla solidità del suo animo, sostenuto, come sempre, dalla fede che non gli é venuta mai a mancare. 

Dal suo esempio impariamo che, nonostante i rischi, bisogna essere consapevoli di fare comunque il proprio dovere.