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Aversa: Seminario di studi sulla Shoah – “Dire l’indicibile”

AVERSA – Venerdì 27 febbraio, ad Aversa, presso l’auditorium denominato ex macello, si è tenuto un seminario sulla Shoah promosso dal Liceo artistico di Aversa, diretto dalla dott.ssa Silvia Molinaro, già promotrice di altri due convegni, uno tenuto il 25 novembre sulla condizione femminile e un altro tenutosi il 19 dicembre sulla figura di Berlinguer. Tali iniziative, evidenzia la DS Molinaro, nascono per dar ai discenti la possibilità di confrontarsi su temi importanti e decisivi per la loro formazione. Durante il seminario sulla Shoah la Dirigente ha ringraziato il prof. Messore Roberto, per aver accettato l’invito a condividere i suoi studi su Levi, i professori Vitale Pasquale, Ventimiglia Angela e Castaldo Alberico, che si sono impegnati affinché i seminari sopra citati potessero realizzarsi, gli allievi presenti , i docenti accompagnatori, nonché l’amministrazione comunale che ha concesso l’utilizzo della Sala. Successivamente la Dirigente è entrata nel vivo del tema in discussione, distinguendo tra Olocausto e Shoah, per chiarire come la soluzione finale sia nata solo con l’intento di distruggere ogni traccia di umanità, per far degli ebrei dei sommersi. A questo punto la parola è passata al prof. Roberto Messore, che ha evidenziato come esistano fra gli uomini due categorie particolarmente distinte che, diversamente da altre coppie di contrari (buoni/cattivi, vili/coraggiosi, disgraziati/fortunati) sono meno nette ed ammettono gradazioni e sfumature differenti. Sono i Sommersi e i Salvati, tipologia di uomini che segna indissolubilmente l’esistenza di Primo levi dalla deportazione fino alla morte suicida. I sommersi sono uomini in dissolvimento, uomini di passaggio di cui non resterà che un pugno di cenere cui il vento darà tregua posandosi. Sono sommersi che soffrono e si trascinano in una opaca solitudine, come in solitudine muoiono e scompaiono, senza lasciare traccia. Sono battuti nel tempo, non cominciano a imparare il tedesco che il loro corpo è già in sfacelo; sono la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei NON UOMINI, che marciano e faticano in silenzio. Si esita a chiamarli vivi, si esita a chiamare morte la loro morte. Popolano la nostra memoria della loro presenza senza volto.

‘Se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero’.

Sono uomini condannati alla più innaturale delle rinunce: rinunciano alla loro Umanità senza aver nemmeno la possibilità di avvedersene. Questo l’obiettivo della disciplina nazista: cancellare da loro ogni atto di dignità.

Nonostante Lager, il salvato è chi non abbandona la forza di vivere, chi si aggrappa ad una dignità che ammutolisce, che cerca di preservare la sua dignità pur rispettando le regole imposte e che capisce che ‘lavarsi tutti i giorni nell’acqua torbida del lavandino immondo è praticamente inutile ai fini della pulizia e della salute: è piuttosto importantissimo come strumento di sopravvivenza morale’. Tra le testimonianze di salvezza, la letteratura (particolarmente il canto XXVI dell’Inferno) è segno del desiderio insaziabile di doversi riprendere una umanità bandita da Lager. Il Canto di Ulisse rappresenta per Primo Levi la più intensa delle metafore esistenziali, il desiderio di fuggire lontano da Auschwitz, varcarne i cancelli e tuffarsi nel mare aperto delle infinite possibilità di riscatto. È considerare e riconoscersi degni della nobiltà umana che ora Lager riduce a livello dei bruti.

‘Considerate la vostra semenza/ fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza.’ vv.118-120.

È un messaggio che ‘riguarda tutti gli uomini in travaglio’. Qui la Commedia di Dante diviene contemporaneamente un’altissima voce dell’umanità e un riferimento all’inferno che ha inghiottito i protagonisti. e il capitolo, dopo le voci plurilingui in cui si annuncia la zuppa di cavoli e rape, si chiude con la condanna di ‘infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso’. Dopo un momento di pausa è intervenuto il prof. Vitale Pasquale, che ha introdotto la sua lezione analizzando alcuni passi della “Banalità del male” di Hannah Arendt, facendo notare come il male nei campi di concentramento fosse banale nella misura in cui chi lo commetteva non rifletteva, kantianamente, sulle conseguenze delle proprie azioni, quasi fosse anestetizzato da un contesto totalitario, frutto della società di massa post seconda rivoluzione industriale, della presenza del partito unico, del terrore e della mancata distinzione fra le verità di fatto e le verità di ragione. Quest’uomo banale aveva prodotto un grande male, un male enorme. Eppure Alessandro Manzoni, nel suo I Promessi Sposi, ci aveva insegnato che esistono diverse gradazioni di male a seconda di chi lo commette: c’è il male misero e piccolo di Don Rodrigo e quello radicale dell’Innominato, le cui azioni rispecchiano la grandezza , l’intelligenza e l’astuzia della sua persona. La Arendt ci offre un altro insegnamento:il male più grande proviene dalle persone più piccole, perché “ non è mai radicale, ma soltanto estremo. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Ed è una sfida al pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, ma nel momento in cui cerca il male non trova nulla. Questa è la banalità del male: solo il bene ha profondità e può essere radicale”. Successivamente il discorso ha toccato punti delicati come quello del concetto di Dio dopo la Shoah in Jonas, e quello inerente al concetto di colpa metafisica dei tedeschi di cui di è occupato Jaspers. Il concetto di colpa metafisica è stato introdotto facendo riferimento a Schopenhauer: tutti i tedeschi sarebbero colpevoli di non aver sentito il dolore degli altri, di non aver creduto e pensato che il dolore di un popolo fosse il dolore di tutti, perché comune è la condizione che accomuna il destino degli uomini. Infine è stato presentato, con un lungo e articolato excursus storico, il percorso del popolo ebraico dalla diaspora al conflitto israelo/palestinese.

 

Antonio Zacchia - Sottufficiale Aeronautica Militare Italiana La mia carriera di Maresciallo dell’Aeronautica Militare inizia nella Scuola Militare di Viterbo nel 1989. per poi approdare, al glorioso 9° Stormo “F.Baracca” di Grazzanise dove attualmente lavoro prima come Aerosoccorso poi come Capo Nucleo Fotografico. Nonostante i molteplici impegni, ho proseguito il mio percorso di studi che sono sempre riuscito a conciliare con il lavoro. Nel 1989, infatti, ho conseguito la qualifica di Aerosoccorso, nel 1997 il Diploma di Istruttore Antincendi e il Brevetto di Sopravvivenza e Salvataggio in mare, nel 2003 conseguo la qualifica di Telecinefotografo. Mi sono poi laureato nel 2009 in Scienze Organizzative e Gestionali. Arricchisco il mio background di studi nel 2010 con un Master in Diritto Umanitario Internazionale e Peacekeeping e nel 2011 la Laurea magistrale in Giurisprudenza. Dal 2012 iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti – Albo Giornalisti Pubblicisti Campania

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