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Carinaro, editoriale di Marco Eramo su Paolo Borsellino

Carinaro – L’editoriale di Marco Eramo: “Il 19 luglio del 1992, a distanza di 57 giorni  dal terribile attentato di Capaci dove perse la vita il giudice Falcone, con la moglie ed alcuni uomini  della scorta, Cosa Nostra uccise anche il il giudice Paolo Borsellino.

Era di domenica. Il magistrato si era recato dalla mamma, come sempre  accompagnato dalla scorta,quando giunti all’altezza del civico 21 di via Mariano D’Amelio a Palermo, furono uccisi con un’autobomba imbottita di tritolo. L’assassinio del giudice Borsellino assume contorni più inquietanti rispetto a quello di Falcone. Sulla sua vicenda si parla di depistaggio, uno dei più sconcertanti mai verificatisi nella storia della Repubblica Italiana. Dopo la lunga stagione stragista con l’uccisione di uomini eccellenti come Piersanti Mattarella, il generale Carlo Albero Dalla Chiesa, il giudice Rocco Chinnici, il commissario di polizia Ninni Cassará e lo stesso giudice Giovanni Falcone, una parte dello Stato decise di entrare in compromessi con Cosa Nostra per evitare che l’Italia venisse ancora bagnata del sangue innocente versato con gli attentati.  Ed è proprio in questo contesto che assumono particolare importanza i 57 giorni che Borsellino trascorse dopo l’uccisione del suo amico d’infanzia e collega Giovanni Falcone. Dopo la strage di Capaci Paolo concentrò le sue indagini esclusivamente sulla trattativa Stato-Mafia. Era venuto a conoscenza di fatti sconvolgenti e conturbanti che avevano fatto storcere il naso agli uomini di Cosa Nostra. Aveva annotato cose importanti nella sua famosa agenda rossa motivo per cui, subito dopo il suo attentato fu proprio l’ agenda rossa a scomparire per prima! Il clamoroso depistaggio nasce proprio qui, perché per evitare che si sapesse chi avesse preso l’agenda sono state accusate persone che, seppur affiliate alla malavita siciliana non c’entravano nulla con l’attentato a via D’Amelio.

Paolo Borsellino è stato un giudice con grandi capacità investigative.  Con il suo coraggio è riuscito a tener testa alle continue minacce che incessantemente incombevano sulla sua vita. L’importante e l’ instancabile lavoro che riusci a portare avanti nei 57 giorni dopo l’attentato di Giovanni Falcone è servito a spianare la via agli attuali magistrati, il primo tra tutti Nino Di Matteo, a fare indagini più accurate sulla trattativa Stato-Mafia. Il sacrificio di questi uomini eccellenti, martirizzati per mano della Mafia, non deve essere dimenticato. Ovunque, sia nelle scuole, nelle famiglie, nelle pubbliche amministrazioni che in qualsiasi istituzione se ne dovrà parlare, affinché sul loro esempio possa formarsi una società sana legata ai valori della giustizia e della legalità.”

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