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Primo Piano – “Oggi mi è crollato il mondo addosso, in casa mia si è spenta la luce. La mia sofferenza è diventata ancora più insopportabile, è un ergastolo che sta distruggendo la mia vita”.

Pietro Crisafulli è papà di Mimmo, 25 anni, morto in un incidente stradale a Catania il 6 marzo 2017. “Mio figlio è stato ucciso da una macchina che non si era fermata a uno stop”, dice Crisafulli, “La responsabile dell’incidente ha patteggiato cinque mesi e dieci giorni con la condizionale. Abbiamo fatto ricorso in Cassazione, ma i giudici di Roma li ha dichiarati inammissibili”.“Per loro quel patteggiamento va bene.

Per loro, non fermarsi allo stop va bene. E intanto mio figlio è morto e non torna più. Mi sento come se fosse stato ucciso due volte, una volta sulla strada e una nei tribunali – spiega ancora Crisafulli – Per tre anni ho rincorso una giustizia che non esiste. La morte non si patteggia, prima l’archiviazione, poi il patteggiamento illegale, con concorso di colpa inesistente. La stessa Cassazione si era già espressa su altri casi, attribuendo unica responsabilità assoluta per chi non si ferma allo stop. Qualcosa non torna su questa vergognosa vicenda giudiziaria. Sono totalmente deluso. Questa storia mi sta uccidendo, ma non smetto di lottare: farò ricorso alla Corte Europea di Strasburgo”.

“Questo è un sistema perverso”, aggiunge il presidente dell’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada, Alberto Pallotti, “noi ci sforziamo di credere nella giustizia, ma francamente questo sistema italiano dimostra ogni giorno sempre di più criticità insostenibili. La Cassazione oggi ha respinto il ricorso della famiglia Crisafulli contro la sentenza di patteggiamento a 5 mesi e 10 giorni concessa a chi ha ucciso il loro figlio Domenico. Più o meno la pena che si commina a chi ruba le galline”.

“Un patteggiamento concesso con un ipotetico concorso di colpa di chi era morto. Una procedura inaccettabile. I processi vanno svolti, perché è giusto per il cittadino – conclude Pallotti – In questa Italia ci si permette anche di svolgere i processi a porte chiuse, chiamandoli camere di consiglio, togliendo quella pubblicità necessaria all’amministrazione della giustizia che deve essere svolta in nome del popolo italiano, non da giudici chiusi da soli nelle camere dei tribunali. Ricorreremo a Strasburgo e chiediamo l’aiuto della politica, che è stata molto attiva per certi casi in passato, ma che si dimostra sempre molto lenta e disattenta quando sono tratta di omicidi stradali”.