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Trentola Ducenta – Le decisioni sono un modo per definire se stessi. Sono il modo per dare vita e significato ai sogni. Sono il modo per farci diventare ciò che vogliamo. Grazie per tutti questi stupendi anni”. 

E’ con una frase dell’autore Sergio Bambaren che Federico De Mattia lascia la “Jubilate Deo” della Chiesa di San Giorgio Martire. Il 28enne è stato componente della corale polifonica per 11 anni. 

“E’ giunta l’ora di salutarci e, senza mezzi termini, vi dico che sono molto provato per una scelta, presa dopo una lunga e attenta riflessione, che vede il suo inizio già dal 23 dicembre 2019, quando consegnai le mie dimissioni scritte al parroco, don Giuseppe Marino. Lo stesso – si legge in un passaggio della lettera di addio a firma del ducentese – mi invitò, nonostante tutto, a riflettere e dare, in seguito, un responso positivo, in quanto teneva molto alla mia persona ed a tutto il lavoro fatto nel tempo.

Lo ringrazio per la sua fiducia e per avermi spronato a restare. Ora la domanda che , lecitamente, affolla la mente di tutti voi in questi giorni è sicuramente: perché lasci? Io non sto scappando, anche perché, nella nostra  parrocchia ci sono state tantissime tempeste, o meglio uragani. Io, come altri, sono rimasto. Esserci non è solo un concetto fisico, ma anche di mente e di cuore. Posso stare in un ufficio, in parrocchia, ma se la mente ed il cuore sono altrove, vuol dire che non amo e non sposo quella realtà. Dunque, non è certamente questa la motivazione.

Non c’è cosa più bella che Dio abbia potuto fare nel crearci, ovvero donarci la libertà e non la schiavitù. La stessa libertà in cui mi sono sempre rispecchiato e che vale più di tutto l’oro del mondo, più  di qualche signorotto che vorrebbe comprarti per stare alla sua mercé, più di chi vorrebbe dirti cosa fare.

Non sono in vendita, mi dispiace. Ho una mia mente e devo essere libero di scegliere cosa fare per me stesso. Nel momento in cui si diventa schiavi degli altri nel pensare e nell’agire, si passa alla sottomissione. Quando viene a mancare la libertà nelle sue forme più alte, vuol dire che non è possibile vivere in un determinato contesto.  Lascio perché le troppe responsabilità mi hanno tolto tante cose; ho tralasciato troppe persone a me care.

Mi consola, però, ciò che qualcuno, qualche mese fa, mi ha ribadito: ciò che semini, raccogli. E’ vero, penso di essere stato un sufficiente quanto mediocre collaboratore e non ho mai detto di essere stato all’altezza. La risposta di qualche giorno fa di alcuni bambini, mi ha fatto capire che qualcosa ho raccolto. Se i bambini sono le perle agli occhi di Dio, posso dire che dalla loro bocca è uscita la verità. Mi è da loro giunto un messaggio forte: ‘Federico, senza di te che senso ha la corale’. Questo non perché io sia indispensabile. Ho capito che in quella frase c’era tutto il cuore che ci ho sempre messo”. 

Federico De Mattia ricorda con forte commozione tanti momenti vissuti in questi anni: “Sono  orgoglioso  di essere stato uno di voi e onorato della vostra sincera amicizia. La corale è una famiglia, altro che gruppo chiuso o limitato. Vi dimora la sincerità, la lealtà,. Ha un cuore grande e, nei momenti belli o brutti, è lì pronta a soccorrerti. Se ci sono state discussioni, era per il bene stesso del gruppo, per costruire, ma, una volta chiariti, si era più forti di prima.

Se si pensa che tra tutti i gruppi, è stato l’unico a resistere per ben 30 anni, certamente non lo è stato per volontà dei suoi membri, ma grazie all’azione dello Spirito Santo che conosce i cuori di ognuno e le loro intenzioni buone. Quanti ricordi affollano la mia mente: celebrazioni, pellegrinaggi, concerti, momenti gioiosi passati in spensieratezza. Pensate che, ad appena 18 anni, don Luciano mi invitava a riorganizzare un gruppo che ormai andava sempre più a scemare. Erano rimasti in 7 e cantavano senza accompagnamento d’organo.

La loro forza e la testardaggine, fu, per me, uno stimolo ad accettare. Quanti sacrifici, quante responsabilità, ma, grazie al Signore, non ho avuto paura di affrontare tanti ostacoli. Tutti gli incarichi che mi sono stati affidati in parrocchia, erano in una situazione ormai al declino o addirittura scomparsi. Ho cercato  di ripartire attraverso la scelta dei canti polifonici che erano stati quasi persi. L’obiettivo era elevare l’anima della persona a Dio. Il canto deve essere filo di collegamento tra Dio e l’uomo,  così da aiutarlo a pregare e stare in stretto contatto. Come direbbe San Tommaso,  ‘Cor ad cor loquitur’;  cuore a cuore”. 

La riflessione di De Mattia è profonda: “Oggi c’è un declino sfociante in canzonette che non portano ad elevare l’anima a Dio. Il concilio Vaticano 2 non lo ha mai espresso, anzi  dichiara che Canto e musica, infatti, danno vita ai gesti celebrativi e ai testi rituali (Ritus et Preces) in vista dell’operatività ministeriale. La stessa Costituzione Sacrosanctum Concilium riporta che nella liturgia ‘Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo Vangelo; il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera’ (n. 33). 

La sua capacità di ridire e di rivelare il Mistero che si sta per celebrare. L’incarnazione del Verbo di Dio ha dato l’avvio al culto in Spirito e Verità, con l’esecuzione del “canto nuovo” che sgorga dal cuore e fiorisce sulle labbra dell’uomo rinato dall’Acqua e dallo Spirito.  La vera arte musicale liturgica deve esprime questa santa realtà che nasce, cresce e si sviluppa nella forza dello Spirito Santo, per introdurre l’orante liturgico nel mistero di Dio rivelatosi all’uomo e nel mistero dell’uomo che entra in comunione con Dio attraverso l’evento celebrato”. 

“Alcuni spesso mi hanno detto di sfruttare il coro, facendo messe, recuperando qualcosa per me. Mi dispiace, ma io non sono di questa  pasta. Non mi appartiene – dichiara Federico -. Non ho mai, e dico mai, sfruttato, in tanti anni, i miei diversi incarichi in parrocchia come predominio o come tornaconto personale. Il mio è stato sempre un servizio e ho privato la mia vita di tante cose come amicizie, amori e famiglia. Ci ho messo sempre il cuore, il tempo ed i soldi dalla mia tasca. Questo vuol dire sacrificio, non come alcuni personaggi che hanno amici benefattori e vantano le loro offerte come proprie.

Voglio ringraziare i più piccoli, i bambini che da due anni, insieme al coro dei grandi, sono stati il mio sogno nel cassetto e con cui ho formato il gruppo dei Pueri Cantores. Ricordo come ora la richiesta di Gaetano, che mi disse di voler entrare a far parte del coro, e tanti altri come lui. Vi voglio bene e vi dico che vi sarò sempre vicino se lo vorrete nel futuro per qualsiasi cosa. Ho avuto sempre attenzione per le fasce deboli e per chi ne aveva bisogno.  In questo momento, chiedo a  tutti e,  soprattutto, a voi bambini di fare una preghiera particolare per una persona che mi sta tanto a cuore come a tutti: Mimmo che sta attraversando la sua battaglia per la vita. Il Signore lo assista sempre”.