Quando si parla di cambiamento climatico, l’attenzione si concentra soprattutto su eventi meteorologici – siccità, incendi e innalzamento del livello dei mari. Ma esiste un’altra trasformazione, meno visibile eppure potenzialmente importante, che si sta consumando a livello microscopico.
L’aumento delle temperature, infatti, sta modificando gli ecosistemi nei quali vivono virus, batteri e funghi, influenzandone la distribuzione, la capacità di adattamento e, in alcuni casi, la possibilità di entrare in contatto con l’uomo. Per molto tempo, la temperatura corporea dell’uomo ha rappresentato una barriera naturale contro numerose infezioni. La maggior parte dei microrganismi, infatti, non è in grado di crescere efficacemente alle temperature relativamente elevate del corpo umano. È una delle ragioni per cui, nonostante la loro enorme presenza nell’ambiente, soltanto una parte relativamente piccola è in grado di provocare malattie nell’uomo.
Il riscaldamento ambientale sta cambiando questo equilibrio, in quanto può esercitare nuove pressioni selettive sui microrganismi, favorendo in alcuni casi l’adattamento a temperature più elevate. Allo stesso tempo, si intensifica la minaccia della resistenza antimicrobica, ovvero la capacità di batteri, virus e funghi patogeni di diventare meno sensibili ai farmaci progettati per contrastarli.
Infatti, i cambiamenti ambientali possono favorire la selezione e la diffusione di microrganismi più adattati alle nuove condizioni – ricordando che l’uso improprio degli antimicrobici continua a rappresentare uno dei principali fattori che alimentano la resistenza ai farmaci. Tra gli scenari che suscitano maggiore interesse scientifico c’è poi lo scioglimento del permafrost, il terreno permanentemente o quasi permanentemente congelato delle regioni artiche e subartiche, dove sono conservati microrganismi e materiale biologico rimasti intrappolati per periodi molto lunghi.
Lo scongelamento può modificare profondamente queste comunità microbiche e favorire la ripresa dell’attività di alcuni microrganismi. Questo non significa, però, che ogni microrganismo antico riportato alla luce rappresenti una potenziale minaccia pandemica. Per diventare un agente infettivo capace di diffondersi su larga scala, un microrganismo dovrebbe rimanere sufficientemente vitale, tornare attivo, trovare un ospite compatibile, riuscire a replicarsi e, soprattutto, trasmettersi efficacemente tra gli ospiti.
Il problema più concreto e immediato dello scongelamento del permafrost potrebbe quindi essere un altro: ovvero, la trasformazione degli ecosistemi microbici e dei loro processi biologici. Quando il permafrost si scongela, la materia organica rimasta congelata per lunghi periodi torna disponibile per i microrganismi. Questo può modificare i processi di decomposizione e i cicli del carbonio e dell’azoto, con conseguenze anche sul rilascio di gas serra. La ricerca sulla microbiologia del permafrost evidenzia proprio l’incertezza legata a come lo scongelamento possa modificare l’attività microbica e il ciclo del carbonio immagazzinato nei terreni congelati.
È qui che entra in gioco il concetto di One Health, secondo il quale salute umana, salute animale e ambiente non possono essere considerati compartimenti separati. Il cambiamento climatico non crea automaticamente nuovi virus e non trasforma ogni microrganismo antico in una minaccia pandemica, ma modifica gli equilibri ecologici e le condizioni nelle quali i patogeni vivono, evolvono e incontrano nuovi ospiti.
Il vero “nemico invisibile”, quindi, potrebbe non essere un singolo virus nascosto sotto il ghiaccio. Potrebbe essere il cambiamento dell’intero ambiente microbiologico del pianeta. E, in questa corsa evolutiva, la domanda non è soltanto quali microrganismi riusciranno ad adattarsi al nuovo clima, ma anche quanto rapidamente riusciranno ad adattarsi gli esseri umani.
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