Questo mese si è aggiunta una nuova parola al vocabolario della politica italiana. Ormai la conosciamo tutti, anche senza averla cercata su Google: caro vita.
E no, non è il titolo di una nuova serie Netflix. È quella cosa per cui vai a fare benzina. Guardi il prezzo alla pompa e per qualche secondo ti chiedi se non sia meglio comprare direttamente un monopattino elettrico. Poi vai al supermercato. Compri quattro cose e ti ritrovi con cinquanta euro in meno. A quel punto ti chiedi se, per caso, non ti sia sfuggito un finanziamento in banca.
Qualche settimana fa, mentre tornavo a casa, ho visto le stazioni di servizio affollate. Tutti facevano il pieno, avevano paura di restare senza carburante. Al Sud si fermavano i trasporti. Gli autotrasportatori protestavano e il problema diventava subito di tutti. E lì ho pensato. Quindi, per parlare davvero del caro vita, dobbiamo arrivare al punto in cui non si trova più benzina?
Perché se ho capito bene, finché il problema riguarda solo il portafoglio, ci lamentiamo. Ma quando rischiamo di non riuscire a fare rifornimento, all’improvviso diventa un’emergenza nazionale. Cosa facciamo? Ci lamentiamo sui social, commentiamo qualche video, litighiamo nei gruppi WhatsApp. Poi torniamo alla nostra vita. Tanto qualcuno risolverà.
E soprattutto, ci pensano i giovani. Perché loro sono il futuro. Ma gli adulti, invece, dove sono? La destra e il solito gioco: cambiare argomento
Mentre la gente si chiede come arrivare a fine mese, cosa fa la politica?
Il governo dovrebbe rispondere sul costo della vita, sul gasolio e sulle difficoltà di chi lavora. Ma troppo spesso il dibattito va da un’altra parte. Si parla di sicurezza, teppisti, ordine pubblico.
Piccolo tutorial.
Prendiamo un video. Inquadriamo un ragazzino sottosviluppato che fa casino a Milano. Improvvisamente il problema diventano solo i giovani che protestano. Il rischio è che passi un messaggio molto semplice: se scendi in piazza, sei un vandalo. Se ti lamenti, sei un problema da gestire. In pratica, per essere un buon cittadino devi lavorare, pagare le tasse, fare il pieno senza lamentarti e se possibile, non fare troppe domande. Magari anche dire grazie e fargli anche l’applauso.
Chiariamo una cosa. Chi compie violenze deve assumersi le proprie responsabilità. Tuttavia, non si può giudicare un’intera protesta solo per il comportamento di una persona. Sarebbe come bocciare tutta la classe perché uno studente ha copiato il compito.
E soprattutto, non si può rispondere al caro vita mettendo a tacere il dissenso. Il problema riguarda anche la comunicazione. La destra conosce molto bene le regole del gioco. Basta cambiare argomento, trovare un’immagine che colpisce e spostare l’attenzione. Così, invece di parlare di quanto costa vivere, passiamo giorni a discutere di un video, di un ragazzo o di qualche episodio di violenza.
La protesta diventa il problema. Non conta più la causa che l’ha fatta nascere.
Nel frattempo, però, il gasolio costa. La spesa aumenta. Le famiglie continuano a fare i conti con gli stessi problemi. E su questo non esiste nessun video virale che possa cambiare la realtà.
Il governo ha annunciato misure per il settore dell’autotrasporto. Va bene, ma la domanda resta. E per tutti gli altri? Per chi non guida un camion, ma paga il carburante per andare a lavorare? Per chi fa la spesa e si rende conto che con gli stessi soldi compra sempre meno? Se il problema è il costo della vita, non basta dare qualcosa a un solo gruppo per dire che la questione è risolta.
Il centrosinistra poteva approfittare di questa situazione. Ma chi prende in mano questa battaglia?
Ecco il punto che mi interessa di più.
Il costo della vita potrebbe diventare uno dei temi più importanti in vista delle elezioni politiche del 2027. Questo perché tocca tutti: lavoratori, famiglie, studenti e chiunque debba gestire le proprie spese.
Per il centrosinistra questa sarebbe una grande occasione per recuperare consensi. Tuttavia, troppo spesso arriva tardi. La protesta è già scoppiata e il dibattito è già iniziato. Attenzione, non è vero che a sinistra nessuno abbia parlato o preso posizione. Il problema è che una dichiarazione ogni tanto non basta. Non ci si può attribuire una battaglia così.
Ci vorrebbe qualcuno che dica con chiarezza: questa è la nostra priorità. Queste sono le nostre proposte. Su questi problemi vogliamo sfidare il governo. Tutto insieme.
Invece, mentre gli italiani fanno i conti con il caro vita, a sinistra si continua a discutere di leadership, alleanze e nomi. Sono tutte cose importanti, certo. Ma provate a spiegare a una famiglia che non arriva a fine mese che bisogna ancora capire chi guiderà la coalizione. Forse vi risponderà che, prima di scegliere il leader, vorrebbe scegliere cosa mettere nel carrello.
La battuta viene facile, lo so. Ma il problema è serio. Molto serio.
Il consenso non cresce da solo quando il governo perde consensi. Non è sufficiente che le persone siano arrabbiate. Qualcuno deve convincerle che c’è un’altra scelta valida. E il centrosinistra, su questo punto, deve ancora lavorare molto. Non gli manca l’argomento, ma non riesce a trasformarlo in una causa chiara, con una voce unita e una leadership che sappia spiegarla.
La destra cerca di imporre la sua versione dei fatti. La sinistra rischia di arrivare quando il primo tempo è già passato. Eppure, su salari, potere d’acquisto, trasporti e costo della vita, ci sarebbe spazio per parlare a molte persone che oggi non si sentono rappresentate da nessuno. Questa potrebbe essere una partita importante per il 2027. Ma bisogna giocarla, non solo parlarne.
E il centro?
L’ho chiamato.
A questo punto ho fatto una cosa molto da giornalista. Ho preso il telefono. Ho guardato la rubrica. Cercavo qualcuno che potesse darmi un punto di vista diverso rispetto a quello dei due principali schieramenti. Mi sono fermato su Giovanni Musto, consigliere comunale di Villa Literno e coordinatore provinciale dei giovani di Azione.
Gli ho chiesto cosa pensa del costo della vita, della risposta del governo e di quella degli altri partiti. Prima come rappresentante di un partito. Poi come giovane di questa zona. Perché il centro, quando si parla di economia e disagio sociale, cosa propone? E soprattutto, riesce a trovare uno spazio concreto oppure rischia di restare schiacciato tra destra e centrosinistra?
Musto parte da una critica che riguarda entrambi i principali schieramenti:
«Da un lato fingono che i problemi non esistano e dall’altro confondono la lamentela con l’approccio risolutivo. Destra e sinistra sono in campagna elettorale 365 giorni l’anno, ma quasi mai in senso pragmatico. Non c’è visione politica, si forma un pensiero di emergenza in emergenza.
Ma andiamo con ordine. Essere intellettualmente onesti equivale a dire che non ci sono i soldi per fare tutto, e quelli che vengono spesi possono difficilmente portare a un beneficio immediato, salvo ricorrere a bonus che rappresentano l’emblema dell’assenza di capacità politica.
Spesso si parla di accise sul carburante: se domani fossero azzerate, il bilancio avrebbe un buco di 25 miliardi. Non è possibile farlo. Abbiamo proposto di recuperare almeno 3 miliardi alzando le imposte provenienti da gioco d’azzardo, superalcolici e tabacco, per privilegiare il consumo necessario a discapito di quello voluttuario. Nessuno ci ascolta.
Sull’energia occorre porsi una domanda: in che modo possiamo dimezzare i costi di chi produce, a beneficio di aziende e dipendenti? Senza mezze misure, occorre prendere esempio dalla Germania, che ha rimandato al 2038 l’uscita dal carbone. Fino a quando il nucleare non sarà realtà, non possiamo fare altrimenti.
La sinistra vorrebbe essere ambientalista e moralista allo stesso tempo, ma è impossibile. Ciò che non produciamo noi viene prodotto in un’altra zona del mondo, con un inquinamento più alto e a una busta paga non italiana. Un altro punto fondamentale, ed è assurdo doverlo ribadire, è lo stop alla proroga delle concessioni sull’energia elettrica, con conseguente introduzione di gare pubbliche, in modo che la concorrenza tra i diversi operatori possa tradursi in un risparmio sulle bollette.
Ma io li capisco. Caro Armando, ma chi glielo fa fare a queste coalizioni, sempre più estreme ai due poli, di andare a dire agli italiani che non ci sono i soldi per fare tutto, quando promettere significa acquisire consenso? Venendo a noi che siamo al centro, occorre essere realisti: la nostra area intercetta un elettorato potenziale del 10%, ma l’autocritica è d’obbligo nel riconoscere che le divisioni interne e la mancanza di una leadership riconosciuta non sono un’esclusiva dello schieramento a sinistra; è un limite che appartiene anche a noi.
Le formazioni moderate di centro condividono un terreno valoriale e programmatico molto più solido di quanto non facciano le coalizioni contrapposte. Eppure, la differenza sostanziale resta una: mentre la destra e la sinistra hanno una loro identità storica e percepibile nell’elettorato, il centro continua a mancare di una reale consistenza politica autonoma. La strada è ancora lunga, forse lunghissima».
Ritornando a noi e avviandoci alle conclusioni.
Il 30 ottobre ci saremo. Ma quante persone ci saranno?
Venerdì 30 ottobre a Napoli è previsto lo sciopero generale. Noi parteciperemo, perché pensiamo che l’aumento del costo della vita non sia un problema da dimenticare dopo pochi giorni di discussioni.
Ma facciamo una scommessa. Quanti scenderanno davvero in piazza?
Ho paura che ci saranno soprattutto studenti, sindacati, associazioni e qualche politico. Poi, lunedì, tutti torneranno al lavoro, con gli stessi problemi e qualche video in meno da commentare. Sui social siamo tutti rivoluzionari. Basta un commento o un repost e pensiamo di aver cambiato il Paese. Poi suona la sveglia alle sette del mattino. La rivoluzione può aspettare. Lo dico con ironia, ma il problema è reale. Non tutti possono scioperare. Perdere una giornata di stipendio può pesare tantissimo. Ma non possiamo nemmeno continuare a chiedere ai giovani di mobilitarsi, mentre tutti gli altri restano a guardare.
In Serbia, le proteste studentesche hanno mostrato quanto una generazione organizzata possa mettere sotto pressione chi governa. Non possiamo pensare di copiare quel modello, perché ogni Paese ha la sua storia. Ma possiamo chiederci perché in Italia facciamo così fatica a trasformare il malcontento in una mobilitazione che duri.
Forse perché siamo diventati molto bravi a commentare tutto, ma partecipiamo poco. O forse perché manca una politica che sappia dare una direzione a quella rabbia. I giovani possono far partire una protesta, ma non possono essere sempre gli unici a mantenerla attiva.
Il 2027 si sta avvicinando e la partita politica è già cominciata. L’aumento del costo della vita potrebbe cambiare gli equilibri. Questo può mettere in difficoltà il governo e offrire al centrosinistra una grande occasione. Ma bisogna saper cogliere le occasioni. La destra deve assumersi la responsabilità delle proprie scelte e non può pensare di ridurre ogni protesta a un semplice problema di ordine pubblico. Il centrosinistra deve smettere di arrivare sempre in ritardo e trovare un modo per trasformare le difficoltà delle persone in una proposta politica concreta. Il centro deve spiegare quale alternativa vuole offrire.
Nel frattempo, continuiamo a fare benzina. Paghiamo le bollette e cerchiamo offerte al supermercato come se stessimo partecipando a un campionato di sopravvivenza. Forse in Italia serve anche un movimento di studenti. Ma serve soprattutto una politica che smetta di parlare dei giovani solo quando tornano utili. Bisogna iniziare ad ascoltare chi protesta, invece di cercare il modo più veloce per farlo tacere. Il futuro non può restare una promessa elettorale. E il costo della vita non aspetta che qualcuno trovi finalmente il coraggio di fare il capo.
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