Alda Merini: il confine tra la follia e la ragione

Alda Merini: il confine tra la follia e la ragione

Alda Merini il confine tra la follia e la ragione

Quando si pensa alla follia, inevitabilmente i nostri pensieri ci rimandano agli aspetti patologici che colpiscono l’individuo. Ma se proviamo per un attimo ad uscire dalla definizione scientifica di follia, allora noteremo che la ragione e l’emotività, sono demarcati da una linea di confine molto sottile. In essa vi è una libertà espressiva che molto spesso riflette una realtà profonda ed autentica. Alda Merini è stata la spiegazione che ha superato i pregiudizi legati alla malattia mentale. La poetessa, nata il 21 marzo del 1931 a Milano e scomparsa nella stessa città  il 1° novembre del 2009, è stata sicuramente una delle figure più autorevoli nel panorama della poesia italiana del Novecento. 

La sua stessa vita può essere considerata un romanzo.

Gli anni dell’infanzia, trascorsi in famiglia con i ricordi di una Milano operosa ed intellettuale, in cui ebbero inizio i primi movimenti culturali ed artistici come il Futurismo e le Avanguardie, che avevano trovato nella città terreno fertile e fonte d’ispirazione. 

Nel 1943, però, la situazione familiare cambiò improvvisamente con la distruzione della casa paterna, dovuta ai bombardamenti della seconda Guerra Mondiale. In seguito a questi drammatici eventi, seguirono varie peripezie della famiglia, costretta a vivere per oltre due anni a Vercelli in un cascinale di campagna abbandonato.

 Furono anni difficili per Alda, costernati da crisi mistiche, miseria e disperazione. Solo con la fine della guerra, la famiglia ritornò a Milano ed occupò una piccola casa, molto diversa da quella che alcuni anni prima era andata distrutta dalle bombe. Dopo aver frequentato una scuola di avviamento professionale, tentò più volte l’ammissione al liceo ginnasio “Alessandro Manzoni” di Milano, ma non riuscì mai ad essere ammessa ai corsi. 

Quelli furono gli anni in cui iniziarono a manifestarsi i primi disturbi mentali patologici, che la costrinsero a diversi ricoveri ed a terapie sempre più invasive. Infatti, fino alla seconda metà del Novecento, la malattia mentale era considerata una sindrome irreversibile e di difficile cura. Anche le terapie, spesso causavano ancora più danni della malattia stessa, agli individui che ne erano affetti. Basti pensare all’uso sconsiderato dell’elettroshock ed ai letti di ritenzione, pratiche molto diffuse nella psichiatria di quegli anni. 

Alda Merini, subì il primo ricovero nel 1947 in una clinica psichiatrica di Milano, Villa Turro, in seguito alla diagnosi di disturbo bipolare; a questo, ne seguirono altri, fino all’internazione dal 1962 al 1974 in quelli che fino alla Legge Basaglia 180 del 1978, si chiamavano manicomi.

Nonostante il suo cagionevole stato di salute, specialmente mentale, ebbe due matrimoni e quattro figli. Nel 1950 Giacinto Spagnoletti, pubblicò nell’Antologia della Poesia Italiana Contemporanea, due sue liriche: “Il gobbo” e “Luce”, rispettivamente composte nel 1948 e 1949. Nel 1951 su suggerimento di Eugenio Montale, l’editore Giovanni Scheiwiller pubblicò due sue poesie nella raccolta “Poetesse del Novecento”.

 Negli anni a seguire, Alda Merini strinse amicizia con il premio Nobel Salvatore Quasimodo, che apprezzò la proprietà di scrittura e il realismo con il quale l’Autrice trattava i temi delle sue opere letterarie. Il primo volume di versi, scritti dal 1947 al 1951, “Paura di Dio”, venne pubblicato solo nel 1955, a cui seguirono quelli contenuti in “Nozze romane” e “Tu sei Pietro” del 1962.

Tuttavia bisognerà attendere il 1975 per leggere i versi considerati i più drammatici ed intensi di tutta la sua produzione letteraria. L’insieme di tutte quelle esperienze fatte sulla propria pelle: dai continui ricoveri negli ospedali psichiatrici, all’affidamento dei suoi figli presso altre famiglie, per la perdita della patria potestà, oggi, termine sostituito dal diritto di famiglia, con quello di responsabilità genitoriale.  Questi scritti, contenuti in quello che può considerarsi il suo più grande capolavoro, “La Terra Santa”, le faranno vincere nel 1993 il Premio Montale. 

Alda Giuseppina Angela Merini, questo era il suo nome completo, è stata senza dubbio una delle maggiori poetesse del Novecento. Figura controversa e di difficile collocazione in un preciso genere letterario, con i suoi versi intensi e pregni d’amore per la vita, ci ha saputo raccontare le debolezze dell’uomo comune, con le sue ansie, le sue paure ed i suoi limiti. La sua poesia è un patrimonio di esperienze personali, acquisite attraverso il guardare il mondo con occhi diversi. Un modo di elaborare il proprio vissuto, spesso non compreso dalla critica e dagli editori italiani, che  solo negli anni ’80, rivalutarono le grandi potenzialità racchiuse nei suoi versi. Seguirono le pubblicazioni delle venti poesie-ritratti de “La gazza ladra”, il volume “Vuoto d’amore”, oltre a vari testi inediti, prima del capolavoro “ L’altra verità, diario di una diversa” del 1985.

Anche il mondo delle arti figurative ebbe un’importante interazione con la sua poesia; il pittore Aligi Sassu, realizzò disegni ed alcune xilografie per il volume “Alda Merini”, edizioni l’Incisione di Milano ed alcuni disegni per un’opera dedicata alla Divina Commedia, accompagnati da una sua poesia.

Nel 2007 le fu conferita la laurea honoris causa in “Teoria e comunicazione dei linguaggi”, dall’Università degli Studi di Messina. 

Ancora oggi, purtroppo, le sue opere letterarie ed i suoi versi sono quasi del tutto ignorati dai programmi ministeriali d’italiano nelle scuole superiori. La sua scomparsa è stata sicuramente una grave perdita nel panorama della cultura italiana, ma la sua poesia rimarrà immortale.

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