Il 24 marzo del 1926 nasceva a Sangiano Dario Fo, attore, drammaturgo, pittore, scenografo, musicista e scrittore.
Parlare di lui, come della sua Arte, significa attraversare per più di mezzo secolo le vicende di un uomo che dedicò con grande ed innata passione, insieme a sua moglie Franca Rame, la propria esistenza al teatro. Per il suo attivismo nel mondo del sociale e per i suoi meriti artistici, nel 1997 gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura.
A lui si deve la rielaborazione del “Grammelot”, un linguaggio basato su suoni, sghignazzi e gesti, in cui l’intonazione sostituisce il significato letterale.
Un modo apparentemente buffo e cacofonico di recitare e cantare, che in realtà serviva per evitare la censura e sbeffeggiare il potere.
Questo potente strumento comunicativo, utilizzato nell’ antichità dai giullari di corte e dagli attori comici itineranti, si basava soprattutto sulla mimica e sulla caratterizzazione di personaggi reali, oppure inventati e Dario Fo, sicuramente ne è stato il maggiore esponente. Basta ricordare la magistrale interpretazione di: “Ho visto un re”, insieme ad Enzo Jannacci nel 1968, per capire quanto sia stata incisiva e sferzante la neo lingua del Grammelot.
La sua lunga carriera artistica, iniziata dopo la guerra come attore di avanspettacolo, ci ha regalato autentici capolavori di comicità. Un modo di fare teatro innovativo, ispirato alla Commedia dell’Arte, ma ancora di più alla satira dei “buffoni” delle corti medioevali. Con sua moglie Franca, sposata nel 1954. scrisse e mise in scena opere conosciute in tutto il Mondo, come il celebre monologo “Mistero buffo” che oggi è considerato il suo manifesto politico.
I suoi spettacoli erano “frustate” al potere che gli costarono la censura della Rai nel 1962, con cui aveva collaborato in precedenza scrivendo testi satirici per la radio e la televisione. Il suo impegno politico e la sua arte furono un binomio inscindibile, come testimoniano le sue sperimentazioni con le compagnie “La Comune” e “Nuova scena” che con i loro spettacoli riscossero grandi successi di critica e pubblico anche a carattere internazionale.
Oltre alle scenografie per il teatro, vanno ricordati alcuni capolavori della sua vastissima produzione letteraria, come: “Il tempo degli uomini liberi”, “La figlia del papa”, “Ciulla il grande malfattore”, “C’è un re pazzo in Danimarca”, “I vangeli apocrifi”, “Il Barbarossa e la beffa di Alessandria”, “Una Callas dimenticata”, “Il segreto del giullare”,“E sempre allegri bisogna stare” e “Storia proibita dell’America”, tanto per citare solo quelli più conosciuti,a cui si aggiungono diverse raccolte di tutte le sue commedie ed il famoso “Manuale minimo dell’attore”.
La sua vita è stata come le pagine di un libro, scritte l’una dopo l’altra con ironia intelligente e sempre con un grande senso critico verso la nomenclatura.
Le sue opere teatrali sono state una denuncia ai soprusi del potere ed agli scandali della classe politica che hanno attraversato cinquant’anni della nostra Repubblica.
Attraverso le sue commedie ha dato la voce agli ultimi, agli oppressi e a quel mondo parallelo dell’associazionismo indipendente, che ogni giorno è al fianco dei più deboli e di quelli che la nostra società considera invisibili.
Con la sua Arte ha messo a nudo le grandi contraddizioni di un Paese che ogni giorno perdeva pezzi della sua identità culturale millenaria.
Oggi, a quasi dieci anni dalla scomparsa, avvenuta a Milano 13 ottobre 2016, il mondo della cultura ancora non ha colmato il grande vuoto che ci ha lasciato quel “giullare moderno”, che il 9 ottobre del 1997 ricevette a Stoccolma dal re Gustavo di Svezia, il Premio Nobel per la Letteratura. Ma ancor più straordinaria rimarrà nella storia la motivazione che testualmente recitava così: “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.




