Donne e arte nella Shoah

Donne e arte nella Shoah

Donne e arte nella Shoah

Campania – Uno dei capitoli più vergognosi della Storia è stato sicuramente l’ Olocausto. Con oltre sei milioni di morti, causati dallo sterminio del popolo ebreo da parte di Adolf Hitler, la Germania tra il 1939 e il 1943 si macchiò in modo indelebile del più grande genocidio mai perpetrato nella Storia dell’Umanità.

 A distanza di ottant’ anni ed oltre, ancora fanno rabbrividire le testimonianze degli ormai pochissimi superstiti scampati alle camere a gas, alle esecuzioni sommarie e alla morte nei campi di concentramento. Purtroppo anche il mondo dell’arte, specialmente quello “al femminile”, subì gravi perdite.

 Tra le molte  artiste, polacche, ungheresi, olandesi e cecoslovacche, deportate tra il 1940 e il 1944 va sicuramente ricordata  Edith Birkin, nata a Praga nel 1927  e morta a Hereford nel 2018. Di origini ebree, riuscì miracolosamente a sopravvivere nel campo di concentramento di Auschwitz e poi, liberata a Bergen Belsen. 

Da uno stralcio dei suoi scritti sulla prigionia, così scriveva: “Intorno a noi c’ era aria di morte, una puzza di cadaveri ovunque e pidocchi che ci divoravano. Eravamo dei morti viventi, avevamo occhi sbarrati che sembravano di vetro e le nostre gambe piegate dalla fame e dal deperimento dei nostri corpi…”. 

Edith Birkin fu deportata in Polonia nel 1941 con tutta la famiglia, ma i suoi genitori morirono quasi subito. Rimase sola nel ghetto polacco di Lodz, destinato a zingari ed ebrei, per poi essere trasferita verso la fine del 1943  nel campo di concentramento di Auschwitz. Lì lavorò come operaia svolgendo molti lavori anche per 12 ore al giorno, in condizioni terrificanti. In quell’ inferno in terra, la sua mente assorbì come una spugna, odori, immagini, suoni, urla strazianti, lamenti ed improvvisi silenzi surreali. Tutte queste sue esperienze sensoriali, poi trasformate attraverso la pittura.

 Le sue opere, infatti, sono un viaggio indietro nel tempo, per non dimenticare. Un affresco che non scompare mai, perchè impregnato negli strati più profondi della memoria. Una testimonianza che rimarrà sempre viva attraverso l’ arte, quel formidabile strumento per fermare il tempo e farci comprendere il passato.

Dopo la liberazione, ritornata a Praga sola e devastata nella mente e nell’ anima, affrontò anni difficili, senza affetti familiari, amici ed in una città distrutta dalla guerra e che ormai non le apparteneva più. In questi anni,  si dedicò quasi esclusivamente alla pittura e trovò lavoro come insegnante, ma continuò a realizzare una lunga serie di opere incentrate alla memoria dell’ Olocausto. Sono molto toccanti i suoi dipinti raffiguranti “gli adii” di coloro che venivano separati dai propri congiunti per poi essere destinati a morte immediata, oppure ai lavori forzati. Una sorta di roulette russa, a cui anche lei fu ovviamente sottoposta all’arrivo nel campo di concentramento.

In altre opere, sono rappresentate figure umane con teschi al posto della testa, a simboleggiare la presenza costante della morte come l’ologramma di ognuno di loro. I suoi dipinti, con i soggetti deformati, ricordano l’ ”Urlo” del famoso pittore norvegese Edward Munch. Lo ricordano oltre che per il soggetto, anche per il significato dell’uomo che emette un grido di dolore contro la società.  Tutta la sua produzione artistica, è una cronologia degli anni che vanno dal 1939 al 1945: dalla costruzione del ghetto di Varsavia, agli espropri nazisti con le esecuzioni di vecchi, disabili, rom, omosessuali e bambini ebrei. Le deportazioni nei campi di Majdanek, Kislau, Birkenau, Mauthausen, oltre che in quello più conosciuto di Auschtwitz.

Oggi i suoi quadri sono esposti nei musei a Londra, Praga, Budapest, Bratislava, Vienna e in Palestina.  Edith Birkin, è stata sicuramente una delle ultime testimonianze viventi di una società che oggi, specialmente per le nuove generazioni, è quasi impossibile immaginare. Questo, soprattutto per il deplorevole revisionismo storico di cui anche la scuola italiana si è resa responsabile, attraverso le varie riforme e “controriforme” dei programmi didattici.  Di certo, non basta celebrare la famosa giornata Nazionale della Shoah, quando dai libri di Storia i termini “Olocausto”, “Sterminio”, “Camere a gas”, “Persecuzione del popolo Ebreo”, sono quasi del tutto scomparsi.

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