L’arte cristiana antica può di certo essere considerata come una continuazione originale di quella dei Greci e dei Romani, ma con un senso del sacro e del solenne ancora più avvolgente e penetrante.
Nell’arte paleocristiana, infatti, assunse un certo rilievo il ricorso alla simbologia, dovuto non solo a motivazioni di tipo prudenziale, ma anche spirituale ed espressivo, in quanto, come scrisse Rudolf Otto ne “Il sacro” (1917): “L’estetica dei Cristiani è un’estetica dell’espressione e in questo si distacca da quella dei Greci, che era un’estetica della visione”.
Tutto ciò in modo da illustrare meglio artisticamente la dimensione del mysterium, così essenziale nella fede cristiana.
Pensando agli affreschi presenti nelle catacombe, luoghi da secoli avvolti dall’oscurità e nel contempo dalla categoria del misterioso, è opportuno rammentare l’aurea sentenza contenuta nella prima parte del Faust di Goethe: “i misteri sono di casa nell’oscurità.
La parola simbolo deriva dal greco σύμβολον, “segno”, “marca”, a sua volta derivante dal verbo συμβάλλειν, “mettere insieme”. Questo significa che un simbolo, specialmente se positivo, dovrebbe essere considerato un qualcosa di vitale, ma soprattutto di spirituale, quindi ricco di significati e conseguentemente in grado di ispirare valori morali e nobili azioni. È opportuno, però, notare che questo termine può anche suggerire un qualcosa di ambiguo e variabile, proprio perché contiene in sé, la capacità di rimandare ad altro.
Questo terminus technicus comparve nel mondo greco già nei poeti Archiloco e Pindaro (anche se nel primo con il significato di “scongiuro”) e nello storico Erodoto, ma acquisì una certa rilevanza solo in filosofi come Platone, Aristotele e Plutarco.
Studiosi come Paparella hanno giustamente rilevato come il simbolo per noi possa possedere anche la capacità “di mettere in contatto con un’Alterità quale parte mancante di un tutto originario, spesso di natura divina”.
E questo perché, essendo basato sull’analogia, sarebbe“uno strumento (…) capace di mettere in contatto con l’Altro e con Dio”. Un altro termine greco che potrebbe illustrare ancora questo concetto è di certo χαρακτήρ, “segno”, che deriva dal verbo χαράσσειν, “scolpire”, “imprimere”.
Le riflessioni sul simbolo dei neoplatonici furono poi riprese da Dionigi l’Areopagita (V sec. d. C.) e Giovanni Scoto Eriugena (VIII sec.) ed ebbero una influenza non trascurabile sul pensiero cristiano medievale, specialmente su sant’Alberto Magno, san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura.
Sul simbolismo nell’arte Marrou, nel suo capolavoro di metodologia storica da me già citato in questa sede, ha giustamente rilevato che “…l’opera d’arte non interessa soltanto la storia dell’arte; essendo impegno di comprensione totale, la storia cerca di rendersi padrona di tutti i valori di cui essa stessa è testimonianza; ora, alcuni di questi valori non sono di ordine estetico. È questo il caso dei valori simbolici dell’iconografia…”.
Ciò dovrebbe valere anche e soprattutto per le espressioni più alte dell’arte paleocristiana. Del resto, già in piena epoca romantica, Novalis aveva osservato che solo la passione per il mondo delle immagini può rendere l’uomo più atto ad una contemplazione o visione spirituale. Infatti, la parola idea (ἰδέα, εἶδος) deriva dalla radice greca -ιδ, che implica un riferimento all’osservare, al contemplare, quindi a una visione. Purtroppo molti uomini, i cosiddetti filistei, non volendo essere attivi da un punto di vista spirituale o culturale, finiscono inevitabilmente per marcire nella palude del materialismo, tanto che già Goethe, con una certa amarezza, osservava: “l’uomo inattivo e incapace non saprà percepire né in sé né negli altri ciò che è buono, nobile e bello”.
La seconda parte della pittura cristiana, invece, fu storica e iconografica, ricca della tradizione pagana e volta alla rappresentazione della figura umana partecipe dei fatti narrati dalla Bibbia.
La prima corrente evangelica ed orientale, e pertanto simbolista, prevalse nel periodo catacombale, dal I al IV secolo. La seconda cristiana e pagana, definita figurativa, si diffuse nel periodo basilicale dal IV al V secolo. Infatti, dopo l’editto di Costantino, la basilica primo edificio “legale” delle chiese, acquisì anche un valore di propaganda, sia per la massa pagana curiosa, sia per i nuovi convertiti, principalmente analfabeti ed ancora considerati plebe.
Il simbolo, quindi, con la fine dell’iconoclastia lasciò gradualmente posto alla rappresentazione umana di Cristo e dei suoi discepoli nelle opere rappresentate nelle chiese. Questo fu l’inizio di quel grande processo di trasformazione dell’iconografia religiosa, che raggiunse i sui momenti più alti nei secoli successivi con la pittura del Rinascimento e del Barocco.



