Campania – Quando si pensa a Pompei ed Ercolano, inevitabilmente la nostra mente ci riporta ai resti di queste città, sepolte dalla terribile eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C. . I loro parchi archeologici, attirano milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo e custodiscono testimonianze uniche, di quelle che furono le più importanti e floride città romane dell’Italia Meridionale.
Dal 1997 insieme ad Oplonti, i siti sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità ed oggi fanno parte dell’UNESCO. Gli scavi, iniziati nel 1748 per volere di re Carlo di Borbone, restituirono alla luce una quantità incalcolabile di reperti, insieme ai resti ben conservati di fori, teatri, anfiteatri, botteghe e strutture pubbliche. Questi seguirono alle prime esplorazioni fatte circa un decennio prima nella città di Ercolano, più piccola di Pompei, considerata una località di villeggiatura, dal clima mite e dal territorio rigoglioso.
Pompei, invece, doveva essere molto probabilmente un città commerciale, più grande e con un’estensione di circa 44 ettari. Nel corso dei secoli successivi, queste città hanno restituito quasi quotidianamente, anfore, monete, suppellettili, monili e vasellame di ogni genere, oltre che meravigliosi affreschi che adornavano le domus e le ville di imperatori e personaggi di alto rango politico ed istituzionale.
Tra gli affreschi venuti alla luce, sono apparse immagini con chiari riferimenti erotici e addirittura pornografici. Molti di questi, costituiscono un’intera sezione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La raccolta, subì nel corso dei secoli diversi tentativi di censura e addirittura dopo i moti rivoluzionari del 1848, rischiò di essere distrutta per la manifesta oscenità dei suoi contenuti. Solo nel 1860 Giuseppe Garibaldi la fece catalogare e riaprire al pubblico.
Nelle sale dedicate al tema, infatti, è possibile ammirare una delle più importanti collezioni pittoriche e non solo, della Pompei “hard”. Questa è divisa in due sezioni, quella dal contenuto erotico meno accentuato e l’altra, denominata “Gabinetto segreto”, accessibile solo ad un pubblico adulto. In esso, infatti ci sono affreschi che contengono scene di sesso esplicite, con falli, vagine e pratiche sessuali singole e di gruppo.
Ciò ci ha svelato un aspetto inedito della vita privata degli antichi romani, altrimenti a noi completamente sconosciuta, o al massimo, immaginata. La simbologia sessuale, infatti, già dalla precedente cultura greca, era molto rappresentata attraverso la pittura murale, quella vascolare e nella scultura.
Non è raro osservare reperti dal contenuto inequivocabile: statuette di ninfe con attributi sessuali molto accentuati, ermafroditi e satiri con falli eretti. Il sesso nell’antichità, era inteso soprattutto come un rituale propiziatorio ed era parte integrante della cultura e della società del tempo. Le sue rappresentazioni evocavano la fertilità e l’amore corporale, intesi come autentici piaceri della vita.
Il realismo estremo di tali immagini, coperte e “riscoperte” per più di cento anni ci mostra, invece, l’assoluta libertà di costumi dell’antica civiltà romana. Nei reperti rinvenuti ad Oplonti, nella villa di Poppea, i richiami al mondo ellenico sono ancora più evidenti; uomini e donne dipinti su colonne in cui i generi maschile e femminile si fondono in giovani ermafroditi e dove centauri e satiri, simboleggiano la metamorfosi dell’uomo in creature mitologiche.
Ancora di significato più eloquente, sono gli affreschi rinvenuti nel triclinio della Casa dei Vetti, probabili ricchi mercanti di vini. Al suo interno ed in ottimo stato di conservazione, vi sono affreschi attribuiti al IV stile, raffiguranti scene mitologiche ed amorini e nel vestibolo, quello dedicato a Priapo, divinità minore, mentre si pesa l’enorme fallo.
Com’è noto, i romani a differenza dei greci non ebbero un’arte propria, ma rielaborarono sia nell’ambito dell’architettura, che in quello della pittura e della scultura, quelle conoscenze ereditate dai popoli che li avevano preceduti.
La statuaria romana, infatti, si limitava alla realizzazione di copie dei modelli greci, specialmente quelli dei periodi classico ed ellenistico e ciò anche nella nudità esibita dai personaggi d’ispirazione mitologica. L’esempio più famoso è quello della copia romana di “Afrodite cnidia” di Prassitele, letteralmente: Venere (per i romani), dalle belle natiche, esposta anch’essa al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
La statua della divinità, con la sua perfezione corporea, è uno degli esempi più alti di bellezza ideale. Quei canoni inventati da Policleto nel 450 a.C., poi superati da Lisippo intorno al 280 a.C.. Se pur non si possa considerare una statua oscena, esprime certamente un raffinato erotismo, più orientato al voyeurismo, che alla devozione religiosa e questo ci viene confermato anche dal termine anasyrma, che indica una pratica che si usava nell’antica Grecia per descrivere l’esibizione provocatoria delle proprie parti intime, al fine di eccitare lo spettatore.



