Il nome di Josè Garcia Ortega, sarebbe ancora a molti sconosciuto nel nostro Paese, se non fosse per alcune sue opere donate dopo la morte, al Museo “Sandro Pertini” di Savona.
Il pittore spagnolo, nato ad Arroba de Los Montes in Castiglia nel 1921 e morto a Parigi nel 1990, è stato senza dubbio un rivoluzionario, come lo è stata tutta la sua arte negli anni del lungo esilio in Francia. Nel 1964, gli fu assegnata la medaglia d’oro per le sue azioni di lotta per la libertà, dal Congresso Internazionale dei Critici d’Arte del Verrucchio, presieduto da Giulio Carlo Argan.
Per le sue idee, ma soprattutto per le denunce della sua pittura verso i soprusi e l’oppressione del franchismo, fu costretto a scappare alla fine della seconda Guerra Mondiale in Italia e poi in Francia, dove si stabilì fino al giorno della sua morte.
La Spagna, infatti, dopo la violenta guerra civile scatenata dall’esercito nazionalista guidato dal generale Francisco Franco, “scrisse” una delle pagine di storia più buie e drammatiche del Novecento. Quella istituita da Franco, fu una dittatura sanguinosa, autoritaria, conservatrice e clericale e durò più di quarant’ anni. Durante il regime, molti artisti ed intellettuali spagnoli furono perseguitati, torturati, incarcerati ed uccisi dalle milizie, per le loro idee ritenute socialiste e sovversive.
Nel 1937, sempre su ordine di Franco, fu rasa al suolo dall’aviazione tedesca (i nazisti furono suoi alleati) la cittadina basca di Guernica, fatta conoscere a tutto il Mondo da Pablo Picasso, per l’omonimo dipinto, oggi esposto al Museo Reina Sofia di Madrid e considerato il manifesto universale del pacifismo. Anche Ortega, come Picasso, fu un personaggio scomodo per la Spagna di quegli anni. Fu condannato a dieci anni di carcere per essersi tesserato al partito comunista e graziato solo nel 1952.
La sua pittura ne è la dimostrazione evidente: “Ribellion”, “Emigrantes”. “Preso”, “Guardia Civil”, sono alcune delle opere realizzate negli anni della sua giovinezza, veri e propri inni alla libertà. Dipinti dai colori forti, dai tratti marcati e realizzati con pennellate corpose, quasi a voler superare ogni accademismo. Composizioni rapide, prive di un disegno preparatorio e dirette, come il messaggio di libertà che esprimono.
Il pittore sul finire degli anni ’70 visse anche in Italia, a Matera. Fu molto legato alla città dei “Sassi”, oggi patrimonio dell’ UNESCO, poiché gli ricordava la Castiglia, sua terra d’origine.
Quel mondo rurale la cui economia era basata principalmente sull’agricoltura e sulla pastorizia.
Nel 1980 dopo un lungo peregrinare per l’Europa, si stabilì a San Giovanni a Piro e successivamente a Bosco, un suggestivo borgo cilentano, dove acquistò una casa che il 25 aprile del 2025 è diventata il “Museo Ortega”.
Josè Garcia Ortega, fu un pittore autodidatta; non ebbe una formazione di tipo accademico, ma si avvicinò giovanissimo al variegato mondo dell’arte. I suoi dipinti non sono il tramite di un discorso iconografico, ma sono il punto d’arrivo, il fatto compiuto, il messaggio finale da dare all’umanità.
La sua è stata certamente un’arte di protesta, il modo di farci comprendere un mondo a molti sconosciuto, o peggio, ignorato. I suoi personaggi stilizzati sono per lo più prigionieri, condannati a morte, esiliati, contadini, pastori, operai e gente povera, oppressa e sfruttata.
Alcune di queste opere furono esposte a Roma nel 1964, in una mostra organizzata da Antonello Trombadori alla Galleria “La Nuova Pesa”. Ne seguiranno altre nel 1968 e nel 1974, oltre che quelle di Toronto, Bruxelles, Zurigo e Saint Louis, che resero Ortega un’artista di importanza internazionale.
Verso la fine degli anni ’70, sperimentando nuove tecniche come la cartapesta, realizzò dei cicli di opere dedicate alla guerra civile spagnola, esposte prima al Museo Internazionale di Norimberga e successivamente a Milano, nella Pinacoteca del Castello Sforzesco.
Una delle sue raccolte più importanti è sicuramente: “Morte e nascita degli innocenti” che fu esposta solo nel 1976 in Spagna, dopo la caduta del franchismo.
Nel 2015 la città di Matera, istituì un premio a lui dedicato (Premio Ortega 2015) e nel 2019, nell’ambito delle iniziative promosse dalla Regione Campania relative a “Matera Capitale Europea della Cultura”, fu avviato un importante percorso di alleanza culturale, per celebrare il pittore spagnolo vissuto tra la Lucania e il Cilento.
Una sua mostra fu allestita nei Saloni di Palazzo Sant’Agostino a Salerno nel 2018 intitolata “Segadores” i mietitori, facendo conoscere gli aspetti più significativi della sua pittura, concentrata oltre che sugli ideali rivoluzionari e sulla libertà, anche sulla memoria e l’identità del suo popolo.



