Con il termine Pop Art, si indica quella corrente artistica nata sul finire degli anni ‘50 nel Regno Unito e successivamente affermatasi in America con Andy Warhol, il suo maggior esponente. Essa si basò sull’elaborazione del concetto di arte non più concepita per un pubblico di elite o più semplicemente rivolta agli “addetti ai lavori”, ma fruibile dalla società di massa. Il “prodotto” artistico, infatti, doveva essere qualcosa di riproducibile in ampia scala ed accessibile come un oggetto di produzione industriale.
La Pop Art, quindi, fu figlia del consumismo, specialmente quello che imperava in America negli anni ’60. Fu un’arte rivolta a tutti, come suggerisce l’abbreviazione del termine “popular”, cioè del popolo. Sull’onda creativa di Warhol, circa un decennio dopo, come tutti i fenomeni sociali e le mode statunitensi approdò nei primi anni ‘70 in Italia e Mario Schifano ne fu sicuramente il maggiore interprete.
L’Artista nato a Homs, in Libia, il 20 settembre del 1934, fu il primo a sperimentare una pittura basata sulla rappresentazione di oggetti di largo consumo, come la Coca Cola ed i loghi delle stazioni di carburante come quello della Esso, ma anche attraverso il rimaneggiamento di fotografie e serigrafie, con smalti e colori emulsionati. Mario Schifano fu un uomo dal carattere esuberante ed amante della mondanità, non faticò molto ad entrare nei salotti della Roma bene, dove conobbe tra i tanti personaggi del get set, gli artisti Tano Festa e Franco Angeli, con i quali espose le sue opere in diverse collettive nella Capitale.
Con i primi successi, la sua attività artistica s’intensificò rendendolo uno dei pittori più prolifici (ed anche più falsificati) dell’arte moderna. Furono questi gli anni dei riconoscimenti da parte della critica, che lo definì l’ “Andy Warhol italiano”, ma anche quelli delle dipendenze da droghe ed alcol, che gli costarono diversi arresti e persino il carcere. Nonostante le vicissitudini dovute alla sua indole ribelle, fino agli anni ’80 produsse opere con un ritmo incessante tanto che la sua arte varcò i confini italiani, giungendo oltre che in tutta Europa, anche negli Stati Uniti d’America.
Nella sua vastissima produzione, oltre alla sperimentazione di nuove tecniche, fu tra i primi a creare una fusione tra pittura, video, cinema, musica e fotografia. Nelle sue rappresentazioni della natura sono evidenti le forti contaminazioni dell’astrattismo e dell’Informale, soprattutto quello americano. Sono famosissime le opere, “Monocromi”, “Nottetempo”, “Paesaggio anemico”, “Deserto”, “Settembre”, “Futurismo rivisitato”, “Campi di grano”, “1960” e “Il grande angolo”.
Mario Schifano non si allontanò mai dalla cultura Pop, fu un artista del proprio tempo, realizzando copertine di dischi, illustrazioni di libri, marchi pubblicitari ed addirittura il disegno della Maglia Rosa per il Giro d’Italia di ciclismo. Nel 1963 si trasferì per circa un anno a New York, dove espose alcune opere e studiò l’ Action Painting del geniale Jackson Pollock, considerato il più grande pittore dell’ Espressionismo Astratto americano. Nel 1964, tornato in Italia, presentò alla Biennale di Venezia dei suoi lavori appartenenti alle serie “Equestri” e “Al mare” e realizzò alcuni film in 16mm come regista, con la collaborazione di Carmelo Bene.
Sempre negli anni ’60 si avvicinò al panorama della musica rock e durante i suoi numerosi soggiorni a Londra, instaurò una profonda amicizia con i Rolling Stones, che nel 1969 gli dedicarono il brano: “Monkey man”. Oltre ai dipinti realizzò anche disegni, stampe, e migliaia di serigrafie conosciute in tutto il Mondo. Le opere di Mario Schifano oggi sono molto ricercate, specialmente quelle realizzate negli anni ‘60, che possono avere un valore compreso tra i cinquemila e i duecentocinquantamila euro, a seconda del formato e della tecnica.
A distanza di quasi trent’anni dalla scomparsa, avvenuta a Roma il 26 Gennaio del 1998 per un arresto cardiaco, la figura di Mario Schifano occupa a pieno titolo un posto di rilievo nel panorama dell’arte moderna. Le sue opere hanno la stessa potenza espressiva di un cartellone pubblicitario: sono il risultato di una gestualità rapida ed istintiva che esprime i diversi aspetti della condizione umana.
Un viaggio in una dimensione in cui il tempo scorre così veloce da non poter essere fermato, nemmeno dalla naturale fissità della pittura. La materia in movimento è la protagonista assoluta delle sue opere, al di là dei limiti imposti dalle superfici. L’evocazione di un dinamismo espressivo che rivela emozioni, sentimenti e stati d’animo di un mondo parallelo costruito dalla propria fantasia. Immagini in grado di esprimere un potente senso di energia vitale, componente indispensabile di tutta l’arte Informale. La pittura di Mario Schifano può piacere o no, ma di certo ha contribuito a riaprire quel dibattito sull’arte moderna a cui non era stata riconosciuta nel Novecento, la giusta considerazione. Fra i tanti critici d’arte che si sono occupati di lui, vanno ricordati Giulio Carlo Argan, Achille Bonito Oliva, (curatore di diverse mostre retrospettive), Vittorio Sgarbi, Frank O’Hara, Luca Ronchi e Memmo Mancini.




