L’ambiente artistico in cui si formò Antonello da Messina, fu senza dubbio quello napoletano. Il pittore nato nel 1430 nella città siciliana, fu allievo di Niccolò Antonio (Napoli, 1420-1460 circa) detto Colantonio, affermato artista partenopeo che lo avviò allo studio dei grandi capolavori fiamminghi.
Napoli, come le altre città dell’Italia Meridionale, viveva dal punto di vista artistico un periodo di stasi, caratterizzato da uno stile pittorico quasi esclusivamente provenzale. Un modo di dipingere che si era affermato tra gli artisti dell’epoca, frutto del passaggio della dinastia angioina a quella aragonese e che aveva anche influenzato il clima culturale locale.
Con l’ascesa di Alfonso d’Aragona al trono nel 1442, la città iniziò il processo di trasformazione che la vide in seguito, una delle protagoniste della scena artistica europea, a differenza di quanto era accaduto con il precedente sovrano Renato d’Angiò che pure essendo un estimatore d’arte, non incentivò mai quel rinnovamento artistico di cui la città aveva bisogno.
L’artista, nel contesto della pittura rinascimentale del Quattrocento, sicuramente occupò una posizione decisamente particolare.
Il suo fu uno stile innovativo, non perché propose una visione distaccata da quegli elementi che avevano reso grande la tradizione umanistica (l’invenzione della prospettiva), ma perché creò una fusione tra analisi del colore e la minuziosa rappresentazione dei particolari architettonici. Un insieme di caratteri che videro da una parte il colorismo della pittura fiamminga e dall’altra, la monumentalità di quella italiana.
Una sintesi a cui giunse Antonello da Messina dopo un lungo percorso di assimilazione di entrambi gli stili, quello autoctono e quello proveniente dalle Fiandre.
Il suo grande interesse per lo studio della luce e del colore contenuti nelle opere fiamminghe, lo portarono nel 1460 a Milano, dove da quanto risulta da alcune ricerche storiografiche, studiò le opere del belga Petrus Christus.
Dopo il 1465, avvenne un’evoluzione nella pittura dell’artista messinese che si completò durante i suoi soggiorni nella Penisola, in seguito alla visione dei capolavori di Piero della Francesca. Questi gli apparvero come un’improvvisa e grandiosa rivelazione, di quanto diversamente l’umano e il reale possano essere interpretati ed espressi.
Fu proprio l’acquisizione e l’elaborazione di questi concetti che lo fecero distinguere dai molti suoi contemporanei di scuola romana, fiorentina e senese, poiché questi contribuirono in maniera consistente a creargli un’inedita e personale maniera espressiva.
L’analisi che egli fece sulle opere di Piero della Francesca, andava oltre gli aspetti formali, resi dall’eccessivo linearismo e dalla precisa impostazione volumetrica, ma piuttosto si concentrava sul sostanziale e sul modo unitario di intendere la realtà. Il pittore la espresse attraverso il trionfo del colore, compatto e vivido, ancora strutturalmente fiammingo, ma adattato alla nuova dimensione stilistica acquisita.
Nel 1475 soggiornò a Venezia e lì realizzò grandi capolavori come il “San Girolamo” e la pala d’altare per la Chiesa di San Cassiano. Nella città lagunare l’artista lasciò una forte impronta stilistica, che influenzò la formazione di Giovanni Bellini e di altri artisti veneziani, che studiarono soprattutto gli aspetti tonali dei suoi dipinti.
A questo periodo risalgono opere come “L’Annunziata”, che mostra tutti i tratti della bellezza di Maria e la stupenda “Madonna con bambino”, una composizione di straordinaria purezza classica, in cui linea e colore si fondono evidenziando la sublime perfezione del dittico. Appartiene a questi anni anche l’Autoritratto dell’artista, uno dei suoi primi in ordine cronologico e sicuramente il primo in ordine stilistico.
Fanno parte della sua grande produzione pittorica opere di ricercata fattura, quali, “La Crocifissione”, oggi al Museo Reale di Anversa, il “San Sebastiano”, della Pinacoteca di Dresda, “La Pietà” del Museo Correr di Venezia e il “Salvator Mundi”, esposto alla National Gallery di Londra.
Nei ritratti, ma ancor più nei suoi polittici e nelle varie interpretazioni dell’Ecce Homo è evidente il progressivo passaggio dell’artista ad una reale impostazione prospettica e spaziale. Le figure, infatti, emergono dai contorni e mostrano una vigorosa linea accentuata anche dal colore. La luce, poi, le anima e le rende quasi palpitanti riflettendo i loro colori solari.
La Galleria di ritratti, rappresenta uno dei pilastri dell’intera produzione pittorica di Antonello da Messina, La ritrattistica italiana, infatti, ancora oggi, ha tra i suoi modelli insuperati i suoi ritratti virili.
In essi, l’acuta e minuziosa descrizione dei tratti dei volti non è fine a se stessa, ma è il tramite di una descrizione profonda della personalità dei soggetti, simboli universali dell’umanità.
L’opera del pittore siciliano, contribuì sicuramente a quella grande svolta che la pittura napoletana fece nel Rinascimento, specialmente per i contenuti innovativi che influenzarono intere generazioni di artisti.



