Fin dall’antica Grecia, il corpo umano è stato considerato l’esempio della perfezione assoluta. Esso, infatti, attraverso la sua armonia, fin dall’antichità è stato il simbolo della bellezza ed attraverso la sua mimica, un poderoso strumento espressivo.
Marina Abramović, oggi è considerata l’artista vivente che meglio ha saputo interpretare le grandi potenzialità che l’uomo può esprimere attraverso il proprio corpo. Nata a Belgrado il 7 dicembre del 1946, è considerata una figura centrale nel panorama dell’arte contemporanea, soprattutto di quella performativa.
Già dagli anni ’60 ha contribuito a creare le fondamenta della Body Art, quella nuova corrente che in breve tempo, colmò il vuoto lasciato dalle Transavanguardie. Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, ormai da oltre mezzo secolo porta avanti un’intensa ricerca basata sulla sperimentazione dei fenomeni artistici e la loro ricaduta nella società.
Le sue mostre, sono dimostrazioni performative che vanno ben oltre il concetto di osservazione di un dipinto, oppure di una scultura; sono installazioni viventi, animate, che interagiscono con il pubblico diventando parte integrante di una scena o di un contesto sociale. Le prime esperienze fatte in questo ambito risalgono ai primi anni ’70, quando intorno ai trent’anni, si trasferì ad Amsterdam, dove continuò con passione gli studi artistici e dove conobbe quello che diventò il suo compagno di vita Ulay.
Insieme costruirono un importante sodalizio artistico e sentimentale che durò fino al 2020, quando in occasione della loro definitiva separazione, si incontrarono sulla Grande Muraglia Cinese per mettere fine al loro lungo legame amoroso e dando luogo ad un’altra spettacolare performance intitolata:”The Lovers”. La conclusione di un rapporto travagliato, fatto di eccessi, dipendenze, conflitti, ma anche di importanti successi raggiunti insieme.
Questi sono gli anni più significativi per la crescita dell’artista serba, che creò una nuova dimensione comunicativa, sostituendo l’ opera, con se stessa e con altri soggetti che ne diventano parte integrante.
Nell’esibizione intitolata: “Thomas Lips”, porta all’estremo i limiti del proprio corpo, ingurgitando oltre un chilogrammo di melassa e bevendo successivamente un’intera bottiglia di vino bianco. L’uomo, quindi, con le sue azioni sostituisce qualsiasi immagine riprodotta attraverso la pittura o la scultura. Egli è l’opera stessa. Un’altra che rimarrà sicuramente nella storia delle arti performative, fu quella fatta allo Studio Morra di Napoli nel 1974, che sconvolse letteralmente il mondo della critica ed il pubblico partenopeo.
Era stato previsto che i visitatori potessero munirsi di oggetti cosiddetti di “piacere” e di “dolore” presenti in sala ed utilizzarli sul suo corpo immobile. Un incontro con l’arte, ma più verosimilmente un esperimento sociale che rivelò gli aspetti più orribili della mente umana. I desideri perversi di una parte della società che per convenzione o per timore, li teneva relegati nella propria mente.
Per ben sei ore, si sottopose all’”utilizzo” da parte dei visitatori, rischiando la propria incolumità e mettendo a dura prova anche il proprio istinto di conservazione. Questa esperienza, fu ripetuta nel 2012 al Moma di New York durante la sua mostra: “The Artist is Present”, visitata in un solo giorno da oltre 1400 persone.
In un’intervista con i maggiori media americani dichiarò; “Siamo noi che creiamo i limiti, la cosa più importante è oltrepassarli”. Al di là di cosa possono suscitare nell’uomo comune le prestazioni di Marina Abramović, una cosa è certa; il suo modo di fare arte è un viaggio nell’universo sconosciuto della mente umana, spesso imprevedibile nelle sue azioni ed ancora di più nelle sue reazioni.
Nel 2023 fu inaugurata alla Royal Academy of Art di Londra, una retrospettiva dedicata ai suoi 50 anni di carriera, attraverso oggetti, fotografie, video ed installazioni viventi. Un evento mai visto prima nel Regno Unito, in cui furono esposte per la prima volta alla Galleria dell’ Accademia Reale, le opere di un’ artista donna La mostra continuò l’anno successivo alla volta di Amsterdam Belgrado e Tel Aviv. Nel 1997 l’opera “Balkan Baroque” le fece vincere il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. L’installazione era un grido di dolore verso le atrocità commesse durante il conflitto nei Balcani.
Marina era seduta su un cumulo di ossa di animali scarnificate, mentre le ripuliva dai residui di carne e cartilagine, come per simboleggiare attraverso un rito purificatorio, gli orrori di cui è capace l’uomo durante le guerre.
Nel 2026, dal 6 maggio al 19 ottobre è previsto un altro grande evento alla Galleria dell’Accademia di Venezia: “Marina Abramović Trasforming Energy”, in cui saranno presentati al pubblico una serie di lavori performativi, da quelli storici a quelli più recenti. Sicuramente un appuntamento da non perdere, non solo per gli “addetti ai lavori”, ma anche per coloro che vogliono comprendere le potenzialità espressive del corpo umano come protagonista, nel vasto e variegato universo dell’Arte.




