Campania – Vi è un momento, in ogni sistema che ambisce all’eccellenza, in cui la credibilità vale più di qualsiasi riforma, più di qualsiasi promessa di cambiamento. Le recenti prove di accesso a Medicina avrebbero dovuto rappresentare proprio questo passaggio: un rito laico di selezione fondato sul merito, sulla preparazione, sull’equità. E invece, ciò che resta oggi non è la memoria delle domande, ma l’eco delle anomalie che le hanno circondate.
Nel silenzio delle aule universitarie, dove dovrebbero risuonare soltanto concentrazione e rigore, si insinua il sospetto: immagini di quesiti circolate in rete mentre la prova non era ancora conclusa, segnalazioni di strumenti non ammessi, differenze evidenti nei livelli di vigilanza. Elementi che, anche se circoscritti, bastano a incrinare un principio fondamentale: quello dell’uguaglianza delle condizioni.
Il danno non si misura soltanto in graduatorie potenzialmente alterate. È un danno più profondo, più subdolo, che colpisce il patto invisibile tra istituzione e studente. Chi ha affrontato la prova con disciplina e onestà ora convive con un dubbio corrosivo: è ancora il merito a determinare il futuro, o la sua ombra?
Quando viene intaccata la fiducia nel meccanismo di selezione, a essere messa in discussione non è una singola procedura, ma l’intero impianto simbolico dell’università come custode del sapere e della responsabilità. E non si tratta di un dettaglio: perché da queste aule usciranno i professionisti chiamati, un domani, a custodire la vita altrui.



