Nella suggestiva cornice medievale di Città di Castello, nelle sale di Palazzo Albizzini, continueranno per tutto il 2025 le celebrazioni dedicate ad Alberto Burri, uno dei maggiori esponenti dell’arte Informale italiana. A trent’anni dalla morte, avvenuta il il 13 febbraio del 1995 a Nizza, la Fondazione che porta il suo nome, in collaborazione con l’assessorato Cultura e Turismo della Regione Umbria, ha riaperto la pinacoteca del palazzo, risalente al XV secolo, in cui sono esposte un centinaio di opere realizzate tra il 1948 e il 1990.
L’artista, nacque a Perugia il 12 marzo del 1915 da una famiglia medio borghese e dopo aver conseguito la maturità classica, si laureò in medicina nel 1940. Nello stesso anno, fu arruolato nell’esercito con il grado di sottotenente medico e partì per il fronte in Africa Settentrionale. Tre anni dopo, fu catturato dagli anglo-americani e deportato in un campo di prigionia ad Hereford, in Texas.
Fu proprio durante il lungo periodo di detenzione in America, durato circa due anni, che iniziò a dedicarsi alla pittura sperimentando diverse tecniche ed utilizzando materiali di risulta, gli unici disponibili durante la guerra. Dopo la liberazione sbarcò a Napoli, dove soggiornò per un breve periodo, prima di stabilirsi nuovamente a Città di Castello e poi a Roma.
La sua prima mostra personale risale al 1947, in cui espose alcune opere di matrice ancora figurativa, presso la Galleria “La Margherita” di Gaspero del Corso, riscuotendo una certa ammirazione da parte dello scultore Pericle Fazzini, artista già affermato e conosciuto nell’ambiente culturale romano. Inaugurò, così, un importante sodalizio con la scuola pittorica romana, che continuò per tutti gli anni Cinquanta, sia in Italia che all’estero. Fu proprio quello, il momento in cui l’artista iniziò a dedicarsi con più interesse all’arte astratta. Nelle esposizioni successive, presentò delle opere da cui emergevano forti contaminazioni con Paul Klee, Jean Arp e Joan Mirò.
Successivamente, iniziò ad utilizzare materiali come la sabbia, il catrame e i sacchi di tela logori, cuciti con spago e tenuti insieme da colle di origine animale, elementi che in seguito divennero la base per le sue sperimentazioni. L’esposizione di queste opere materiche, gli costò una denuncia all’ufficio di igiene e profilassi, poiché si temeva che queste, potessero essere contaminate da agenti patogeni e diffondere malattie infettive.
Dopo gli anni Cinquanta, Alberto Burri si dedicò intensamente al ciclo delle “combustioni” e introdusse gradualmente nuovi materiali (allora agli esordi) come il cellophane, che ebbe una rapidissima diffusione in tutti i settori dell’industria, specialmente nel campo degli imballaggi. Risale al 1952 la sua personale intitolata “Neri e Muffe”, in cui espose una cinquantina di opere nella Galleria l’Obelisco di Roma e nello stesso anno, presentò alla Biennale di Venezia l’opera “lo Strappo”, realizzata con tela di sacco, che però fu rifiutata dalla giuria.
Contrariamente, lo schizzo preparatorio dell’opera fu molto apprezzato, tanto da essere acquistato dall’’artista italo-argentino Lucio Fontana, il padre dello Spazialismo, autore dei famosi cicli delle “Attese”, meglio conosciuti come “le tele tagliate”. Nello stesso anno Robert Rauschemberg, durante un suo soggiorno in Italia, visitò lo studio di Burri a Roma e restò profondamente colpito dalle opere realizzate con i sacchi di juta.
Si aprì così per l’artista umbro una nuova dimensione nel panorama delle arti figurative, che fino ad allora era stato dominato per tutta la prima metà del Novecento dalle Avanguardie, sia in Italia che in Europa. Durante un soggiorno parigino, Burri fece visita a Joan Mirò, di cui fu un grande estimatore, apprezzando molto alcune delle opere astratte del maestro, ancora non esposte al grande pubblico.
Era nata quella grande stagione che prese il nome di Arte Informale, già presente da qualche decennio in America con le opere di Jackson Pollock e conosciuta semplicemente con il termine di Espressionismo Astratto. I successi internazionali di Burri, arrivarono con le mostre personali di New York e Chicago del 1953 e 1954. La prima rassegna di opere fu allestita presso la Allan Frumkin Gallery e seguita da un’altra di grande successo, presso la Galleria di Eleanor Ward di New York.
Il direttore del Guggenheim Museum, James Sweeney, apprezzò molto i suoi cicli “materici”, dedicandogli una monografia ed esponendo alcuni dei suoi lavori nelle sale del Museo. Per tutto il periodo compreso dagli anni Sessanta agli Ottanta, la produzione artistica di Burri fu incessante, quasi inesauribile. Sarebbe quasi impossibile elencare tutte le opere realizzate in quel periodo, ma forse più di tutte, va ricordato il Cretto di Gibellina in Sicilia. Un’enorme installazione a cielo aperto, costituita da un labirinto ricavato da enormi blocchi di cemento sovrapposti alla roccia del luogo, che ricorda quello del Palazzo di Cnosso a Creta, in cui viveva secondo la leggenda, il Minotauro. Proprio lì e non a caso, in quello che fu il cuore della Magna Grecia, questa grande opera tridimensionale, costituita da superfici scavate e scabre, esprime un senso di plasticità ed allo stesso tempo simboleggia, secondo alcuni critici d’arte, le ferite dell’umanità. Essa, nasce dalle macerie della cittadina di Gibellina, in provincia di Trapani, dopo il terremoto che la distrusse nel 1968. Il Cretto di Burri è un monumento alla memoria della città che fu completamente distrutta dal sisma ed alle sue tante vittime.
L’opera è uno dei maggiori esempi di Land Art, cioè quel movimento artistico che utilizza il paesaggio ed il territorio, come una cornice naturale riconoscibile a colpo d’occhio. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse in Costa Azzurra, dove morì in una clinica di Nizza, il 13 febbraio del 1995, in seguito ai postumi di un’ enfisema polmonare che lo aveva colpito anni prima, molto probabilmente causato dalle combustioni e dalle esalazioni dei materiali plastici che modellava con il fuoco. Oggi, a trent’anni dalla scomparsa, Città di Castello gli ha dedicato mostre, incontri, dibattiti e giornate di studio, a cui hanno partecipato e parteciperanno per tutto il 2025, artisti, scrittori, giornalisti e storici dell’arte, provenienti da tutto il mondo.



