Era il 1975, quando uscì in tutte le sale cinematografiche italiane, il capolavoro della regista Lina Wertmuller, “Pasqualino settebellezze”.
La pellicola fu candidata a quattro premi Oscar: per il miglior attore protagonista, migliore regia, miglior sceneggiatura e miglior film in lingua straniera. L’eccentrica regista scomparsa nel 2021, che fu profondamente legata a Napoli, come testimoniano i suoi iconici film “Mimì metallurgico”, “Sabato, domenica e lunedì”, “Ferdinando e Carolina”, “Io speriamo che me la cavo” e “Ninfa Plebea”, tratto dal romanzo dello scrittore e giornalista, Domenico Rea, volle come attore protagonista un giovane Giancarlo Giannini nei panni di Pasqualino settebelezze.
Un ruolo che sembrava cucito addosso all’attore, che grazie a questo film fu conosciuto in tutto il mondo per l’interpretazione magistrale del guappo di quartiere, figura a metà tra il ridicolo ed il patetico. Il film è uno spaccato della Napoli degli anni ’30, in cui chi aveva conosciuto la fame, quella vera, non se la scordava più.
Un mondo parallelo in un’Italia monarchica, che vedeva da una parte i nobili, i padroni e i grandi latifondisti e dall’altra le classi subalterne, sfruttate ed emarginate, costituite da braccianti, contadini e proletari. Ed è proprio dai vicoli stretti da dove non entrava nemmeno il sole, costernati solo da una grande miseria, che la regista attinse l’ispirazione per realizzare la sceneggiatura di quello che sarà considerato un film cult di genere comico-drammatico.
D’altronde, come sosteneva la grande Monica Vitti: “non esistono due generi distinti, cioè quello comico, caricaturale, trasgressivo fino al grottesco e quello drammatico, evocatore di tragedie e di pene umane, poiché l’uno è parte dell’altro”: un binomio inscindibile che è stato anche il seme della grande commedia di Scarpetta e di De Filippo. Pasqualino Frafuso, alias settebellezze, era un giovane buffo, con il fisico da spaventapasseri: baffetti sottili e capelli tirati all’indietro con la brillantina, unico figlio maschio in mezzo all’anziana madre e tutte sorelle femmine.
La sua casa, erano i vicoli dei quartieri ed il suo idolo, modello di vita e padre spirituale, don Raffaè, un vecchio guappo, figura quasi mitologica della malavita d’inizi Novecento. Il film, ripercorre fedelmente i vizi e le virtù di un micro mondo fatto di astuzie, angherie, trasgressioni, piccoli furti e prevaricazioni, che ruotano come satelliti intorno all’onore, all’amore ed ai sentimenti, parole oggi quasi anacronistiche. Il protagonista, infatti, conoscerà le conseguenze di un omicidio, commesso senza volerlo, per vendicare l’onore di una delle sue sorelle, costretta a prostituirsi in una casa di tolleranza da un uomo di malaffare. Pasqualino conoscerà così l’umiliazione del carcere, il manicomio criminale di Aversa, perchè ritenuto infermo di mente ed infine la guerra, la prigionia in un lager nazista ed una svariata serie di disavventure tragicomiche, fino al giorno della Liberazione.
Il film interpretato magistralmente da Giancarlo Giannini, è un trattato di antropologia, di sociologia e di storia del costume; la ricostruzione precisa di una Napoli del primo Novecento, in cui il punto di riferimento del popolino era il “mammasantissima” di turno. Una figura apicale di una camorra che aveva tra i suoi “valori”, l’onore della famiglia, la parola data, la giustizia sociale. Motivo d’ispirazione per giovani che ambivano a scalare i ranghi della piccola criminalità comune, a quei tempi fatta principalmente da rubagalline e mariuoli di generi alimentari. Una sorta di economia di sussistenza, che continuò con la borsa nera durante la seconda Guerra Mondiale ed anche dopo, con lo sbarco dell’esercito Alleato.
Una fedelissima descrizione del periodo immediatamente successivo alla Liberazione di Napoli, la diede Curzio Malaparte nel suo romanzo “La Pelle”, in cui raccontò quanto la fame e la disperazione avessero devastato la città, al punto che per mangiare, moltissime giovani ragazze figlie del popolo, dovettero prostituirsi con i soldati “liberatori”. La Filumena Marturano di De Filippo, era proprio una di queste: una ragazzina poco più che adolescente, che dopo un’infanzia violata si fece sposare da un ricco cliente, assiduo frequentatore del bordello in cui lavorava.
Ed è proprio in questa congiuntura che la geniale regista Lina Wertmuller, costruisce un autentico capolavoro, prima di scrittura e poi nel 1975 di celluloide, con la distribuzione curata dalla Medusa Cinematografica e le musiche di Enzo Jannacci e Nando De Luca. Oggi, dopo mezzo secolo, il Pasqualino settebellezze di Lina Wertmuller rimane una pietra miliare della commedia all’italiana, quel genere tanto in voga negli anni ’70 e proposto sul grande schermo da registi di altrettanta geniale intuizione, come Luciano Salce, Steno, Dino Risi ed Ettore Scola.
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