Campania – Quando si parla di Totò, non c’ è bisogno di spiegare, almeno alle generazioni nate negli anni ‘60, il grande talento di questa straordinaria figura che è stata l’ultima maschera, della Commedia dell’Arte.
Totò, il cui vero nome era Antonio De Curtis, nacque nel quartiere Sanità il 15 febbraio del 1898.
Fu adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, dal quale ereditò i titoli nobiliari, tra cui quello di principe di Bisanzio. Nella sua lunga carriera, prima di attore di avanspettacolo e poi dal dopoguerra del cinema, non ebbe i riconoscimenti che invece avrebbe meritato, poiché i suoi film venivano ingiustamente considerati dalla critica, prodotti di scarso valore artistico.
Dal 1937 al 1967, girò ben 97 pellicole, dirette da registi come Mario Mattoli, Camillo Mastrocinque, Steno, Mario Monicelli, Vittorio De Sica, Sergio Corbucci e Pier Paolo Pasolini, che lo diresse in “Uccellacci e Uccellini”, uno dei suoi ultimi capolavori, al fianco di un giovanissimo Ninetto Davoli.
Furono altrettanto famose le sue collaborazioni con Eduardo De Filippo, come quella per il film “L’oro di Napoli” e la commedia “Miseria e Nobiltà”, in cui recitarono al suo fianco, uno straordinario Enzo Turco nel ruolo di Pasquale il fotografo ed una giovanissima Sofia Loren, in quello di una ballerina del San Carlo.
I suoi film, contrariamente a quanto sostenuto dalla critica cinematografica di quegli anni, sono veri e propri capolavori di comicità. Commedie esilaranti, dalle battute spontanee, molto spesso fuori copione che Totò improvvisava con spalle d’ eccezione, come Nino Taranto, Mario Castellano, Peppino De Filippo, Giacomo Furia e il grande Aldo Fabrizi, uno dei protagonisti del Neorealismo e della Commedia dialettale romana.
Le sue interpretazioni nei ruoli più disparati, erano uno spaccato preciso dell’ Italia, a partire dall’ occupazione nazista, alla ricostruzione, fino al boom economico degli anni ‘60. I suoi personaggi tragicomici, rispecchiavano il vero volto di un paese che dopo gli stenti e soprattutto la fame della seconda Guerra Mondiale, seppe riprendersi rapidamente, ostentando un benessere diffuso e modelli di vita, sui quali, egli seppe costruire molti dei suoi personaggi. Tutti ricorderanno il celeberrimo commissario Saracino di “Totò contro i quattro”, film del ‘63 diretto da Steno e con un cast d’ eccezione; da Peppino De Filippo a Nino Taranto, da Aldo Fabrizi a Carlo Delle Piane e poi Macario, Ugo D’ Alessio e Mario Castellano, oggi considerati mostri sacri del teatro e del cinema italiano.
Oggi, a sessant’ anni e più di distanza, i suoi film si possono considerare veri e propri capolavori di comicità. La sua faccia, dai lineamenti irregolari, come le innumerevoli espressioni che era capace di assumere, hanno contribuito a fare di Totò, la prima ed anche l’ultima maschera della Commedia dell’Arte.
Il suo è stato un talento irraggiungibile, le sue battute sferzanti, i suoi travestimenti geniali. Basti pensare alla famosa bombetta e i pantaloni a “zompafuosso”, termine che nel dialetto napoletano significa: “al di sopra delle scarpe di molti centimetri”, per considerarlo un personaggio unico ed inimitabile nel panorama della comicità italiana. Visse gran parte della sua vita a Roma, ma fu sempre legato visceralmente alla sua Napoli e soprattutto al popolo napoletano che ancora oggi lo considera una maschera immortale ed un mito. Le sue spoglie si trovano nella cappella di famiglia del Cimitero di Santa Maria del Pianto, nella città che tanto amò e che nel corso degli anni gli ha dedicato svariati monumenti celebrativi, dal quartiere Sanità, alle periferie.
A Napoli, ma anche in provincia, gli sono state dedicate strade, piazze, teatri e scuole. La sua fama di benefattore era nota specialmente nei quartieri poveri, costernati dalla fame e dalla disperazione ed in cui, si recava spesso per fare opere di beneficenza diretta, a scugnizzi, orfani e gente bisognosa.
Con la sua morte, avvenuta a Roma il 15 aprile del 1967, il cinema italiano ha perso una preziosa pagina di sociologia, di satira e di storia del costume.
Il suo personaggio andava oltre i confini della comicità, abbracciando con successo la poesia, la sceneggiatura e la scrittura di testi per canzoni, come: “Malafemmena”, “A cunsegna”, “A nammurata mia”, “Abbracciato cu te”, “A passiona mia erano è rose”, “A chi non lo sapesse”, “A statuetta”, interpretate da cantanti di successo come Giacomo Rondinella, Nunzio Gallo e Sergio Bruni.
La sua figura è stata sicuramente quella di un attore versatile e poliedrico, che ha saputo cogliere tutti gli aspetti della condizione umana, portando in scena con estremo realismo ed ironia, i vizi e le virtù della classe borghese italiana.



