Il caso del generale libico Osama Njeem Almasri, già capo della polizia giudiziaria di Tripoli e accusato di crimini di guerra, conosce un nuovo sviluppo.
La Procura generale libica ha ordinato, ieri 5 novembre, la sua detenzione con l’accusa di tortura e omicidio di detenuti, riaprendo ufficialmente il dossier a livello nazionale.
Il provvedimento segue mesi di indagini, interrogatori e acquisizioni di prove, in collaborazione con la Corte penale internazionale dell’Aia, che a gennaio aveva emesso un mandato di arresto internazionale.
Secondo le autorità libiche, Almasri è ora in custodia preventiva e sarà sottoposto a processo per gravi violazioni dei diritti umani.
Il generale era stato arrestato in Italia il 19 gennaio scorso, mentre si trovava a Torino per assistere a una partita della Juventus.
Pochi giorni dopo, tuttavia, era stato rilasciato e rimpatriato in seguito a un presunto “errore procedurale” e rispedito in Libia con un volo di Stato.
La decisione aveva scatenato un acceso dibattito politico e portato all’apertura di un’inchiesta nei confronti di tre membri del governo italiano, poi archiviata a ottobre.
La Corte penale internazionale aveva accusato l’Italia di non aver rispettato i propri obblighi internazionali, ma il governo Meloni aveva risposto parlando di “una legittima decisione a garanzia della sicurezza nazionale”.
Oggi, la notizia dell’arresto in Libia chiude almeno in parte il cerchio.
“Nessuno è sopra la legge,” ha dichiarato il primo ministro libico Abdelhamid Dbeibah, sottolineando che il Paese intende “consolidare lo stato di diritto dopo anni di abusi da parte delle milizie armate”.



