Nel 1656 Napoli fu letteralmente flagellata da una delle più grandi epidemie di peste della storia. Con molta probabilità il tremendo morbo si diffuse rapidamente in città attraverso gli sbarchi di uomini e merci provenienti dal porto di Marsiglia. La letale infezione batterica, trasmessa dalle pulci dei ratti, colpì Napoli e tutte le città portuali dell’allora Regno borbonico, per le scarsissime condizioni igieniche e la sovrappopolazione, terreno di coltura ideale per la rapida propagazione della malattia.
Da alcuni documenti di Bernardo De Dominici (1683-1750) eminente storico dell’arte e biografo, risulta che le strade e le piazze della città erano costernate di cadaveri e che la popolazione atterrita, non avendo alcun altro modo per contrastare il contagio, bruciava i corpi e tutte le cose appartenute ai malati.
Trascorsa la violenta epidemia, soprannominata “flagello di Dio”, il re ed i suoi consiglieri, deliberarono che in segno di gratitudine per l’estinguersi della sindrome, fossero realizzate sulle porte d’accesso alla città, opere pittoriche in ricordo delle migliaia di vittime che essa aveva causato.
Oggi, purtroppo, è rimasto solo l’affresco di Porta San Gennaro, realizzato da Mattia Preti tra il 1657 e il 1659.
Il pittore originario di Taverna, un piccolo paese della provincia di Catanzaro viveva a Napoli già da qualche anno e le sue straordinarie doti erano già note negli ambienti artistici partenopei.
La commissione gli fu affidata il 12 giugno del 1656 dal consiglio dei deputati della salute che con le massime autorità cittadine, stabilirono che la città fosse messa sotto la protezione di Maria Immacolata.
L’immagine della Vergine, doveva essere inserita nell’affresco con in braccio il Bambino ed affiancata da Santa Rosalia, dai Santi Francesco Saverio e Gennaro.
L’opera di Porta San Gennaro è l’unica superstite, insieme ai due bozzetti preparatori dell’Artista, custoditi al Museo di Capodimonte.
Quelli realizzati sulle altre porte, furono danneggiati da un violento terremoto che colpì Napoli nel 1688 ed in seguito, ulteriormente degradati dagli agenti atmosferici e dall’incuria del tempo.
Una descrizione dettagliata di quelle realizzate sulle altre sei porte, successivamente andate completamente distrutte, ce la dà sempre il De Dominici, attraverso una dettagliata descrizione.
L’unica che scampò miracolosamente alla distruzione è Porta San Gennaro, di fronte al borgo dei Vergini, ricostruita nel 1637 per volere di don Pedro di Toledo.
Su di essa, Mattia Preti realizzò uno dei sette capolavori come ex voto della città, per la fine della spaventosa pestilenza.
L’impianto pittorico è diviso in due registri ben distinti: uno superiore, in cui la Vergine col bambino domina la scena, accompagnata da San Gennaro e San Francesco che l’affiancano nel compimento del miracolo, l’altro, inferiore, in cui Santa Rosalia è dipinta in abito monacale incoronata da una ghirlanda di rose. Delle due parti dell’affresco quella inferiore è certamente quella meno leggibile e per l’individuazione precisa degli altri personaggi, bisogna ancora una volta affidarsi alla descrizione del De Dominici, che attribuisce alla figura femminile ricoperta di piaghe, raffigurata in basso a sinistra, la personificazione allegorica della peste.
Altri storici dell’arte, nell’analizzare l’affresco, hanno evidenziato alcune analogie significative con l’opera di Nicolas Poussin: “La Peste di Ashdod” o di “Azoth”, realizzata tra il 1630 e il 1631 ed oggi esposta al Museo di Louvre.
I dipinti realizzati da Mattia Preti sulle Porte di Napoli, sono l’insieme di quelle esperienze pittoriche itineranti, assimilate dall’Artista durante i suoi soggiorni a Venezia, Roma e Bologna. La monumentalità delle figure, così come il colorismo di chiara ispirazione veneta, furono i segni distintivi della sua pittura, a cui si ispirarono successivamente anche altri artisti famosi come Luca Giordano e Francesco Solimena.
Proprio queste sue sperimentazioni, contribuirono in modo significativo ad elevare la pittura napoletana di fine Seicento, al rango delle principali scuole pittoriche europee.
La denominazione della Porta dedicata al Santo Patrono di Napoli, invece, va certamente attribuita al luogo, poiché ricordava le porte degli antichi lazzaretti della città, a cui veniva apposta la figura di San Gennaro al fine di alleviare il dolore e le sofferenze dei moribondi.
Uno dei più famosi, con l’annesso cimitero, era quello del quartiere Sanità, appena fuori le mura, in cui era ben visibile l’effige del Santo risalente al V secolo, scoperta nelle catacombe a lui dedicate.
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