David Graeber, antropologo economico, accademico e attivista anarchico statunitense è morto a Venezia lo scorso 2 settembre, a soli 59 anni.
Professore aggiunto di antropologia all’Università Yale, nel maggio 2005 non vide rinnovato il suo contratto dall’ateneo, una decisione molto discussa che diede luogo al sospetto che, alla sua base, ci fosse una motivazione politica. Graeber, infatti, oltre ad essere un accademico di livello, è stato spesso attivo, talvolta organizzatore, nei movimenti di base, nelle proteste NoGlobal degli anni novanta, in Occupy Wall street, nel movimento contro il debito studentesco negli Stati Uniti e la resistenza curda nel Rojava. In seguito è stato reader di antropologia sociale al dipartimento di antropologia al Goldsmiths College dell’Università di Londra, poi invitato a tenere la Malinowski Lecture alla London School of Economics e dal 2011 ha presentato l’annuale Distinguished Lecture, al dipartimento di antropologia dell’Università della California a Berkeley.
Opinionista per The Guardian e BBC, tra il 2001 e il 2018, David Graeber ha pubblicato undici libri su temi quali la teoria del valore, il debito e l’alienazione dei lavoratori.

“We are the 99%” è stato il grido di battaglia di Occupy Wall Street, movimento che ha dato vita, da settembre a novembre 2011, alle contestazioni a Zuccotti Park, a due passi da Wall Street, per protestare contro le disuguaglianze economiche e sociali prodotte dal capitalismo finanziario.
Indicato come il creatore dello slogan, ha sempre dichiarato che si trattava del prodotto di un lavoro collettivo.
“Io ho suggerito di chiamarci the 99%. Poi due indignados spagnoli e un anarchico greco hanno aggiunto quel noi, e in seguito un veterano aggiunse il siamo. Includerei loro nomi, ma considerato il modo in cui l’intelligence ha trattato i manifestanti di Occupy Wall Street, sarebbe meglio non farlo”.
David Graeber è stato uno degli intellettuali più influenti del suo tempo, con uno stile di pensiero unico. Ha dimostrato che il capitalismo non esiste più, che ne è rimasto solo lo scheletro, una gabbia in cui è stata intrappolata la società umana.
Secondo Graeber, siamo stati profondamente influenzati dal pensiero individualista ma nonostante ciò esiste ancora l’eventualità di costruire una società diversa, più giusta. Nutriva, infatti, una fiducia immensa nelle possibilità umane e ha più volte ribadito che la nostra poca fede nella collettività, nell’autogestione, nel rispetto reciproco, che spesso si traduce in un bisogno di regole, di autorità, di sistemi repressivi, è il frutto di una costruzione culturale e politica. Per Graeber la creatività e le facoltà critiche umane prendono origine dalla stessa fonte, l’immaginazione, quell’interpretazione creativa nella quale risiede lo spirito rivoluzionario, la possibilità di concepire una società diversa.
Giovanni D’Errico
“Ho deciso di chiamare questa raccolta ‘Possibilità’ perché la parola racchiude gran parte di ciò che mi ha ispirato originariamente a diventare un antropologo. Sono stato attratto da questa disciplina perché apre finestre su altre possibili forme di esistenza sociale umana; perché serve a ricordarci che la maggior parte di ciò che riteniamo immutabile è stato, in altri tempi e luoghi, organizzato in modo molto diverso, e quindi che le possibilità umane sono quasi sempre più grandi di quanto normalmente immaginiamo”.
(Citazione tratta dall’introduzione a Possibilities: Essays on Hierarchy, Rebellion and Desire, 2008)
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