Campania – La recente presenza pubblica di don Michele Mottola, sacerdote condannato in via definitiva per abusi sessuali su una minore, nel corso di celebrazioni religiose svoltesi nell’agro aversano, ha riacceso un dibattito intenso e trasversale, che attraversa la comunità ecclesiale e quella civile.
Il sacerdote ha preso parte a una processione e, nei giorni successivi, a una celebrazione solenne in cattedrale. Contesti ufficiali, ad alta densità simbolica, segnati dalla partecipazione di numerosi fedeli e anche di bambini impegnati nel servizio liturgico. Una presenza che non è passata inosservata e che ha riportato al centro dell’attenzione una vicenda giudiziaria di particolare gravità.
I fatti, nella loro essenzialità, sono acquisiti. All’emergere delle accuse, il religioso fu immediatamente sospeso dal ministero e il caso venne segnalato all’autorità giudiziaria competente. Nel corso del procedimento penale, don Mottola riconobbe pubblicamente le proprie responsabilità. Seguirono il processo, la condanna e l’esecuzione della pena, cui si affiancarono provvedimenti restrittivi disposti in sede ecclesiastica. Misure che, secondo quanto riferito, risultano formalmente espiate.
È tuttavia sul dopo che oggi si concentra il cuore del confronto. Non sul giudizio dei tribunali, né sulla possibilità teorica di un percorso di redenzione, ma sul significato concreto dei gesti pubblici. Da una parte, il richiamo ai principi del perdono e della misericordia; dall’altra, la convinzione che una presenza visibile in contesti liturgici affollati rappresenti una scelta profondamente problematica, soprattutto per il valore simbolico che essa assume e per il messaggio che può trasmettere a chi ha subito abusi.
Il nodo non è giuridico, ma etico e pastorale. Quale spazio pubblico può dirsi compatibile con una condanna per reati di questa natura? Quali confini devono essere tracciati affinché il legittimo richiamo alla compassione non finisca, anche involontariamente, per attenuare o oscurare il dolore delle vittime?
Nel confronto rientra anche il tema, cruciale e non eludibile, della tutela dei minori e della responsabilità delle istituzioni religiose nel prevenire non solo nuovi abusi, ma anche situazioni che possano risultare destabilizzanti per chi porta ferite ancora aperte. Una responsabilità che non si esaurisce nelle sentenze, ma si misura nel tempo, attraverso scelte coerenti, gesti ponderati e una consapevolezza piena del peso simbolico delle decisioni.
La vicenda di don Mottola, dunque, non è soltanto il racconto di un ritorno sulla scena pubblica. È il riflesso di una domanda che interroga in profondità la Chiesa e la società: come tenere insieme giustizia, misericordia e protezione dei più fragili senza che nessuna di queste venga sacrificata? Una domanda che non ammette scorciatoie. E che continua a chiedere risposte all’altezza della sua gravità.




