Il centrosinistra ha più di quattro facce. Dopo il primo articolo della mia nuova rubrica “L’anno che verrà”, oggi voglio parlarvi del centrosinistra che tutti vediamo e di quello che invece, non si vede abbastanza. Quello che resta fuori dai riflettori, ma che, forse, sta già facendo la differenza.
La sfida del centrosinistra oggi sembra semplice: volti noti, comunicazione spesso confusa, temi che non emergono con chiarezza. È un po’ come ascoltare un remix: stessa canzone, ma in una versione che non convince più. Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni. Poi c’è Renzi, che formalmente è da un’altra parte, ma che, quando si parla di centrosinistra, finisce sempre per entrare e dalla finestra.
E qui nasce la domanda: il centrosinistra è solo questi nomi? Forse no. Anzi, forse l’errore è proprio pensarlo così.
Mentre il campo largo discute di leadership, primarie, alleanze, qualcuno là fuori — tra amministratori, sindaci, civici, politici di territorio — sta già costruendo qualcosa. Qualcosa che potrebbe essere importante. Qualcosa che magari merita di essere ascoltata.
Prendiamo Silvia Salis. Sindaca di Genova dal 2025, continua a dire che il suo posto è lì, nella sua città. Eppure il suo nome ritorna spesso nel dibattito sulle future leadership del centrosinistra. Non perché lo chieda lei, ma perché una parte del mondo progressista la vede come una figura possibile di sintesi. Lei, intanto, dice una cosa semplice: prima del nome ci deve essere un programma, un’idea. E forse non ha tutti i torti.
Perché mentre parliamo di chi dovrebbe guidare il centrosinistra, qualcuno dovrebbe anche dirci dove lo si vuole portare.
Lavoro? Sì. Sanità? Ovviamente. Ambiente? Anche. Casa, scuola, salari, giovani? Naturalmente. Ma poi? Qual è la soluzione? Cosa facciamo per primi? Quanto costa? E soprattutto: perché un ragazzo di vent’anni dovrebbe credere che la politica possa davvero cambiare la sua vita?
Queste sono le domande che non hanno ancora avuto risposta.
Intanto, però, qualcosa si muove. Ci sono il PSI di Enzo Maraio, +Europa di Riccardo Magi, Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato, Controcorrente di Ismaele La Vardera — ex Iena, ora protagonista di una nuova esperienza politica in Sicilia — e altre realtà che stanno provando a costruire uno spazio riformista, civico.
A Campobasso, pochi giorni fa, Maraio, Magi e Onorato hanno parlato apertamente della possibilità di creare una “quarta gamba” del centrosinistra. Non un partito già pronto, con un simbolo e un nome. Ma un cantiere politico.
E qui è interessante, perché queste realtà, prese singolarmente, possono sembrare piccole. Ma la politica non è sempre una questione di dimensioni. A volte è una questione di capacità di far convergere.
Onorato, per esempio, ha costruito il suo progetto partendo dagli amministratori. Alla nascita di Progetto Civico Italia c’è stato Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’ANCI, a inaugurare l’assemblea nazionale. Dietro il progetto, ci sono figure come Goffredo Bettini — storico dirigente del centrosinistra, uno dei suoi strateghi più esperti, quasi un “king maker”.
Allora la domanda non è se Maraio, Magi, Onorato o La Vardera siano pronti a diventare il nuovo centrosinistra.
La domanda è: perché non dovrebbero essere ascoltati?
Perché continuiamo a pensare che la sintesi debba uscire sempre dagli stessi quattro nomi?
Forse la sintesi non arriva da un leader televisivo. Arriva da un sindaco. Da un amministratore. Da una figura civica. Da qualcuno che passa meno tempo negli studi televisivi e più tempo a parlare con i cittadini.
E qui torniamo alla comunicazione.
La politica, oggi, è anche questo: riuscire a farsi sentire.
Lo abbiamo visto con la protesta sulla legge elettorale.
Progetto Civico Italia ha organizzato in pochissimo tempo un sit-in davanti al Senato contro le nuove regole per la raccolta delle firme per le forze non rappresentate in Parlamento. Il giorno dopo quelle immagini erano nei telegiornali. Improvvisamente, tutti ne hanno parlato.
Megafono acceso. Telecamere arrivate. Messaggio chiaro. Risultato: si è cominciato a parlare. E tanto.
Forse questo è un dettaglio che il centrosinistra dovrebbe notare con attenzione. Mentre dentro il Senato si consumava la discussione, fuori qualcuno aveva portato la propria voce nel racconto televisivo nazionale.
A volte non servono sette ore di riunione per capire come funziona la comunicazione.
Serve avere qualcosa da dire. E dirlo nel posto giusto, al momento giusto, con la forma giusta.
La questione della legge elettorale, tra l’altro, non è secondaria. Il Senato ha approvato il testo della riforma, che introduce un sistema proporzionale con premio di maggioranza e nuove regole per la presentazione delle liste. L’iter parlamentare, però, non è ancora concluso.
E mentre fuori si protesta, dentro l’Aula c’è quel che considero ormai un piccolo grande fenomeno della politica italiana. Matteo Renzi. Zitto zitto, sembra quasi che sia lì con i tentacoli del Kraken sotto il banco. Poi interviene. E all’improvviso tutti si girano.
Renzi può piacere o non piacere — e su questo potremmo litigare a lungo — ma quando parla, politicamente lascia il segno.
Anche questo dovrebbe farci riflettere.
Perché oggi nel centrosinistra ci sono molte più energie di quelle che vediamo sui talk show.
Il problema è che continuiamo a guardare sempre nella stessa direzione.
E forse dovremmo girarci. Fuori dai quattro nomi del campo largo ci sono amministratori, sindaci, giovani, realtà civiche, politici con storie diverse, linguaggi diversi. E forse il centrosinistra dovrebbe smettere di chiedersi solo “chi sarà il candidato?” e iniziare a chiedersi “chi abbiamo costruito negli ultimi dieci anni?”. Perché magari la persona capace di tenere insieme pezzi diversi è già lì. Magari non ha ancora il simbolo giusto. Magari non ha il cognome giusto. Magari non è nel suo salottino romano.
Ma ha una storia amministrativa. Un rapporto con il territorio. La capacità di parlare alle persone.
Il problema è che il centrosinistra rischia di cercare la soluzione sempre dentro casa propria.
E fuori, nel frattempo, qualcuno ha già messo le sedie. Il campo largo può essere grande quanto vuole. Ma se dentro ci sono sempre gli stessi quattro megafoni e le stesse logiche del “io comando, io decido e al massimo ci vediamo al Nazareno”, rischia di diventare una sala conferenze molto grande. E il Paese, francamente, non ha bisogno di un’altra conferenza.
Ha bisogno di una proposta. Le realtà civiche e riformiste che stanno nascendo possono essere parte di questa storia. PSI, +Europa, Progetto Civico Italia e le altre esperienze non hanno ancora trovato una casa comune definitiva, ma stanno dimostrando che esiste uno spazio politico che chiede di essere organizzato. E forse è proprio da qui che il centrosinistra dovrebbe ripartire.
Non necessariamente da un nome.
Ma dalla capacità di trovarne altri.
Perché il vero rinnovamento non è cambiare il volto sulla locandina.
È avere il coraggio di ammettere che, fuori dalla locandina, ci sono persone che meritano di esserci.
Il tempo, però, corre.
E questa volta il centrosinistra non può permettersi di arrivare all’ultimo minuto con il classico “ne parliamo dopo”.
Prima il programma.
Poi il progetto.
Poi la squadra.
E infine il nome.
Non il contrario.
Perché se continuiamo a discutere solo di chi deve guidare la macchina, rischiamo di dimenticare una cosa importante:
dobbiamo ancora decidere dove andare. Su Giorgia Meloni e il centrodestra avrei davvero molto da dire. Del governo, di questi quattro anni e di quel cielo che sembra sempre più blu ne parleremo più avanti. Anche perché, a quanto pare, per oggi ho già consumato, e pure sforato, il mio spazio.
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